Racconti Artigiani

Strada Maestra

Mi chiamo Panfilo ma non mi piace navigare il mare, preferisco la terra, anzi la strada. Per questo da giovane sono stato un ciclista, quasi un campione. Nel 37 ero in fuga da solo al campionato italiano juniores ma sono caduto, ho sbattuto sulla strada e non l’ho odiata, ma ne ho capito l’avvertimento, crudele, ma sincero. Anche perché, sono di Rieti, dove il rapporto con la terra è forte fin dai tempi antichi e anche con la strada, non a caso Roma antica che la strada l’ha inventata, deve a noi il ruolo muliebre, perlomeno alle origini. Forse, siamo gente un po’ chiusa, ma fortemente concreta, anche troppo. Ho fatto l’autotrasportatore nel dopoguerra perché avevo fatto il portaordini e l’autiere ed ero bravo e coraggioso, sentivo un senso di libertà, Freedom Way come dicono gli americani, che con i loro mastodontici tir attraversano, miglia e miglia di territorio sterminato, dal ghiaccio al deserto, dai picchi al mare. La mia generazione di camionisti si è, del resto, ispirata proprio al vecchio film americano “Strada maestra” con George Raft e Humphrey Bogart, chissà quante volte l’ho visto al “Moderno” o in giro per l’Italia o in TV. Cominci dal niente e ti fai una piccola posizione solo se lavori duro e non fa niente se la salita è troppo ripida, alla peggio, tiri il freno a mano e aspetti che si freddi il motore, poi riparti. L’importante è non lasciare la strada maestra, quella della lealtà, del sacrificio dell’amicizia con i colleghi, del rispetto per il lavoro e per il carico e l’amore per l’automezzo. Se c’è una famiglia che aspetta poi è anche meglio, anche perché, se non ti risparmi, alla fine vivi un mondo tutto tuo, solipsistico, ultroneo forse indistinto, come nel sogno. Ma il sogno quello ad occhi aperti, perché invece il sonno è il nostro peggior nemico. Devi guidare solo se sei lucido e mai bere e neanche mangiare troppo e guardare sempre il tempo sia quello dell’orologio, che quello atmosferico. Ai tempi miei non c’erano tutte le previsioni di oggi e anche noi terracquei eravamo un po’ marinai e capivamo dal vento e da un dettaglio del cielo, cosa ci aspettava. Io non ho fatto mai incidenti perché ho rispettato le regole etiche della professione. Quando vedevo incidenti gravi, causati dagli autoarticolati e le conseguenti colpevolizzazioni giornalistiche una sorta di criminalizzazione di una categoria intera, me ne duolevo fortemente e sinceramente. Ho sempre pensato che ci fossero buoni e cattivi autotrasportatori, così come ci sono buoni o cattivi medici e buoni e cattivi avvocati, anche quelli con i loro comportamenti professionali possono rovinare la vita a qualcuno, ma sono più tutelati e più rispettati nell’insieme, forse perché professionisti e intellettuali. Per questo ho voluto, che mio figlio studiasse e non facesse il mio stesso mestiere. Un giorno forse anche noi saremo più considerati, anche perché qualcuno scriverà bene di noi, perché tra noi di lavoratori onesti che rispettano le regole ce ne sono tanti, la stragrande maggioranza . E poi, il trasporto merci in Italia è stato incentrato sulla strada, e questa non è colpa nostra ma della politica e dell’industria, che così hanno voluto. Alcuni dicono che siamo una corporazione potente, che gli scioperi creano disservizi, che causiamo incidenti gravi. Troppa generalizzazione, ma chi si comporta male, va colpito duramente perché con il suo comportamento, oltre ai danni, delegittima una intera categoria di gente seria . Nella mia attività sindacale, ho sempre cercato accordi ragionevoli. A volte non si capisce che il nostro è un mestiere duro e che più garanzie ci sono e più aumenta la sicurezza e l’efficienza con ricadute positive di costi e sugli interessi della collettività. Su queste basi ho fatto per vent’anni il Presidente del consorzio trasportatori reatini e il Presidente dello SNA CASARTIGIANI. L’importante è sempre la strada maestra e questo non riguarda solo noi trasportatori ma chiunque lavori. Noi, abbiamo la nostra striscia bianca che difficilmente ti inganna, anche se sei sullo sterrato la striscia bianca o gialla ce l’hai in testa. Se la strada è tortuosa, la striscia è sinuosa ma sempre posta equanime, mentre se è dritta fa il giusto mezzo, la giusta misura, anche se è un po’ scolorita è comunque viva. Certo non ti avvisa delle buche e delle altre asperità, non ti avverte dell’incosciente che sorpassa azzardato e te lo trovi davanti o del distratto o dell’incauto o di colui che sta male, ma sai che se rimani dentro la riga non ti può succedere nulla, almeno a livello di coscienza . Un po’ come la vita, non puoi prevedere tutto. La velocità non ti deve inebriare. Quando ero ragazzo mi hanno detto che c’era stata una corrente filosofica letteraria, chiamata futurismo che teorizzava che la velocità è vita perché se sei veloce occupi meno tempo e vivi di più e più intensamente. So anche però che su questi abbrivi tanti giovani inebriati hanno perso la vita e il tempo e velocemente sono andati verso la morte, presto dimenticati, perché il tempo si vendica e cancella la celebrità della contemporaneità e la velocità passata diventa stasi. Non bisogna andare veloce, bisogna rispettare l’equilibrio tra lo spazio e il tempo ed attenercisi. A volte nella vita bisogna subordinarsi volentieri a qualcosa di buon senso, di logico, di realistico. Se un giovane comincia questa attività perché su un mezzo sempre più grande e tecnologizzato si sente un “padreterno” o un eroe lasci stare e faccia un’altra cosa. Non c’è niente di vanaglorioso nella nostra attività, c’é solo lavoro e rispetto per gli altri camionisti, clienti, automobilisti, colleghi. Insomma il rispetto verso gli altri, prima che verso se stessi, a cui mi sono sempre ispirato. Mi sono sempre sentito più piccolo sulla strada, non più grande. Se c’è una cosa che dovresti vivere, già vivere, e che solo il camionista vive, è il rapporto con l’ambiente. Conviviamo l’alba e il tramonto sulla strada e sui valichi, sui viadotti, sulle elevazioni e i ponti sospesi. Sei meno solo come tra la folla, solo di fronte al tramonto e ancor più all’alba, che dà un senso salvifico di rassicurazione, come se, nonostante tutto, tutto ricominci e puoi credere, se vuoi, nell’esistenza di Dio. La pioggia, la neve, la nebbia, la più pericolosa soprattutto ai miei tempi, quando non c’era tutta la tecnologia di oggi sono invece la rappresentazione dell’eterna lotta in cui l’Uomo si trova contro la natura, nella sua evoluzione.

In tutti questi anni, ho visto tutto quello che può appagare la vista di un ermeneuta, di un anacoreta, come il trasportatore. Arcobaleni catarifranti sembrare appoggiati, sui monti e sul mare, scrosci di pioggia rovesciata direttamente dai monti: lampi susseguirsi al sereno in una gara di recitazione, un corteggiamento rancoroso in un susseguirsi inutile e comunque perennemente inappagato. Neve, silenziosa, che presto non lascia traccia, insinuante, quasi complice del silenzio stesso, ma di cui non ti puoi fidare, anche se vorresti lasciarti andare. Il mare congiungersi alle nubi fino a fare un unico indistinto paesaggio di terrorizzante, ma complice, continuità, con il vento che guata il contesto, quando viene soffiato, non si sa da chi, come a spazzare la polvere dei ricordi.

Infine il raggio verde, quello, che si coglie solo al tramonto, quando il cielo è terso e sei in una posizione privilegiata, il lampo che lascia e lancia il sole prima di morire, ma che ti rimanda alla rinascita come in una commovente assicurazione, più di una speranza.

Non c’è niente di più spettacolare, di più confortante, di più puro.

Ai giovani dico, noi non siamo solo ingranaggi dell’economia, noi siamo le sentinelle artigiane della strada, ogni gesto di rispetto, di cortesia, di solidarietà, non solo ci qualifica individualmente, ma fa reputazione collettiva, la deve fare, perché il nostro è un mestiere serio e importante, come quello dei cavalieri medievali solitari che rispettavano le regole della cavalleria, attraversando le terre e la vita.

Per questo sono stato felice quando mi hanno nominato Cavaliere della Repubblica. E’ stato come cogliere un diritto, una certificazione attesa e meritata.

Il momento più bello, però, non lo nascondo, è quando vedevo i tigli con le strisce circolari bianche di avvertimento delle propaggini di Rieti il centro del mondo. Quegli alberi così profumati, da cui si ricavano profumi e infusi e che preannunciano casa, famiglia, amici, affetto, riposo. Allora veramente, Panfilo, arriva in rada, in porto, alla foce. Ma come Ulisse, raggiunta Itaca, nell’Odissea apocrifa, poi riparte, perché tutto sommato questa è la nostra strada maestra, non fermarsi mai.

Adesso sono sereno il viaggio continua, anche se sono in pace e aspetto ancora commissioni e incarichi ma non è una fase attesa, è una forte promessa. Anzi è la Promessa!

Chissà, il Paradiso dei camionisti permette di guidare, magari sarà concesso, a noi, se lo meritiamo di riportare gli angeli con le ali stanche o rotte dalle miserie umane solo di trasportare i sentimenti, i tanti sentimenti della gente buona, di questa umanità migliore con i suoi carichi di buoni propositi, di buone azioni, di mitezza, di sincerità.

Lì non si spegnerà il motore perché il motore è immutabile.

Forse è proprio quella la strada maestra quella che conoscerà solo chi merita.

Dalla conoscenza diretta, con l’aiuto di Luigi Ciace e del figlio Paolo Paris, dedicato al grande Panfilo Paris e ai “suoi” trasportatori.

Giacomo Basso

Brano musicale tratto da Vangelis Blade Runner – Love Theme

RINGRAZIAMENTI AL PRESIDENTE BASSO

Buongiorno Presidente,

mi perdoni se utilizzo solamente la posta elettronica per ringraziarla, a nome di mia madre, mia sorella e della mia famiglia, di quanto ha realizzato per mio padre Paris.

Per me é stato davvero un padre esemplare, un raro e severo maestro di vita. Le pagine di un libro, o le scene di un film non so se riuscirebbero a raccontare cos’è stato Paris Panfilo: sono gratificato dall’attenzione che gli viene oggi riservata e dalla consapevolezza che lui, magari impegnato adesso a “creare” un nuovo provetto autista in Paradiso, stia leggendo soddisfatto le sue parole.

Ancora grazie e cordialità.

Paolo Panfilo