• Racconti Artigiani

Masculiata Palermitana

Totò Cristofori si è trovato ad essere un “fuorieddara “ un fochista, neanche ricevesse in eredità un titolo nobiliare. Del resto chi sono i baroni se non coloro che, dilettandosi nei giochi della guerra hanno acquisito, nei tempi, dei meriti dal Sovrano che li ha resi nobili? E un “fuorieddara” non è anch’egli un nobile del “gioco dei fuochi “ uno che ha ricevuto un titolo o almeno un’eredità dal 600? E’ vero, non c’è un albero genealogico, la storia di questa tecnica, di quest’ arte, si perde nella notte dei tempi, fin dall’invenzione della prima polvere pirica, ma chi erano i trisavoli? Non c’è una Università della pirotecnia, non si sa niente, normalmente, né di balistica, di traiettoria, di chimica , di fisica. C’è solo l’esperienza, la tramandazione, con i tanti drammi dovuti agli incidenti, al provare e riprovare sempre più ardito per fare meglio e di più nella gittata, nel colore, nell’intensità nella dimensione spaziale, nella sintesi drammatica, nella enunciazione; chi ne capisce di queste cose? Totò spara, laddove c’è una festa, una ricorrenza, laddove lo chiamano, lui spara, “i bummi”, le sue “fontane” e i suoi farfalloni”. A lui, hanno insegnato come si ottiene l’argento, l’oro dal nitrato, l’azzurro dal bario, il verde dal rame, per il rosso bisogna miscelare e così per tutte le altre tonalità.
A Lui, hanno insegnato, come fare le spolette, gli innesti. Lui vuole essere migliore di quelli di Catania e di Messina, che pur rispetta tanto, perché lo deve a S. Rosalia. I Suoi giorni di festa sono “l’acchianata” e il festino il 4 settembre e il 15 luglio, dove ha l’imbarazzo della scelta, tutti vogliono Lui per i fuochi. Ma chi era Rosalia non lo sapeva bene, sapeva solo che Le voleva tanto bene, perché era la Santuzza, quella che ti soccorre, quando, non ne puoi più e che a Lui aveva fatto vincere la paura del fuoco. Grave colpa per un fuorieddara, come un cucciolo di tigre che nascesse vegetariano, da piccolo aveva paura dei botti ed era diventato il problema della povera casa. Ma il papà aveva fatto la “salita” fino al Santuario con lui sempre in braccio, come un’esposizione e Lui non aveva avuto più paura grazie a S. Rosalia ed ora era diventato il migliore, anche se aveva rispetto del fuoco, del resto, come sempre, dalla paura si passa al rispetto. Rosalia era la figlia di Sinibaldo di Quisquina delle Rose divenuta eremita prima sul Monte Quisquina poi sul Monte Pellegrino dove morì il 4 settembre (da cui la festa) 1160. Nel 1625 la grande terribile peste soffocava in un sudario di morte Palermo e S. Rosalia apparve in sogno ad una inferma affinché cercasse le sue ossa sul Monte Pellegrino. Le popolazioni cercavano e trovarono le ossa il 15 luglio (da cui la festa) 1625. Il popolo gioì ma la peste non finiva di mietere vittime e la Santa riapparve a un giovane e chiese una processione per la creazione del Santuario. Il Cardinale Doria nonostante la paura del contagio organizzò una straordinaria processione che portò le ossa di Rosalia in Cattedrale; dopo ciò la peste cominciò a regredire e le spoglie della Santuzza furono portate per tutta Palermo in un grande festino di ringraziamento. Totò Cristofori aveva lottato nella vita, com’è difficile lottare in Sicilia, in questo stridente contrasto del trionfo della natura e dell’arrancare dell’esistenza e da quando Lei non c’era più la vita era diventata insopportabile. Lei era Rosa, unico amore di una vita, incontrata al mare quando erano piccoli e innocenti. Lei lo sarebbe stata per sempre, il suo unico grande amore.
Quando Lui andava a guardare la traiettoria dei gabbiani o i colori del cielo, come quella volta che, smesso di piovere era comparso l’arcobaleno, Lei c’era.
Strano come riconosci la voce giusta, come se l’avessi sentita da sempre e per sempre la sentirai. Come quando uscito di scuola pur da lontano chiamavi mamma e ti rispondeva sempre quella giusta, quella tua.

Lei lo accompagnava e lui faceva fuochi sempre più belli quando c’era lei a vedere e glieli dedicava. Il matrimonio tradizionale, grande banchetto e a sera fuochi a mare, il vecchio padre fece meraviglie in suo onore, prima di scomparire. Ricordava quel cartello che c’è a Sferacavallo, a trent’anni si dice che rabbia papà e a quaranta che noia papà e a cinquanta dici oh se ci fosse ancora papà.
Ma forse è vero che i fuochisti e i “fuorieddara” sono tutti pazzi, ma allora non è vero che il cielo vuol bene ai pazzi? Gli avevano detto – aneurisma – e non era un artficio, era una brutalità: Rosa era incinta ed era sparita anche lei come una fontana di luce che quando splende di più poi cade e si spegne per sempre, la sua “masculiata” più bella perduta per sempre. La “masculiata” viene definita il trionfo di botti e di razzi prima della fine di un programma, quello che, se riuscito, lascia tutti stupiti e soddisfatti e fa battere le mani. Termine irriverente e rispettoso richiamato al trionfo della mascolinità nell’amore. Termine che è festa ma nasconde la tristezza dell’effimero, perché più di così non si può, sembra dire. Totò persa Rosa non voleva più sparare, non voleva più vivere, erano tornate tutte le vecchie paure, tutte le angosce. Gli amici veri, come sono, solo, veri, i siciliani quando sono veri amici, insistevano, una giovanissima futura sposa lo aveva pregato, solo lui sapeva affascinare con i fuochi e rendere una cerimonia indimenticabile. Niente da fare non ne voleva sapere. Ma un 23 agosto il 23 agosto Santa Rosa, di sera, dal mare si sentì il solito avvertimento dell’inizio dei fuochi. Eppure non era una festa particolare non era Santa Rosalia. Ma per Totò Rosa era importante anche più di Rosalia. Si era asserragliato in quell’angolo indefinito laggiù tra il mare e il monte Pellegrino, aveva portato con se tutto ciò che aveva. E aveva cominciato a sparare, mentre rancorosamente, come può essere rancorosa una preghiera, pensava perché mi hai portato via Rosa? Dov’è Rosa? Cosa sono io senza di lei? Chi sono io, un povero fuochista, mio malgrado. Dov’è il mio bambino? Tu hai voluto che sparassi i fuochi e io li sparo, fino all’ultimo, fino all’alba e anche oltre. Come quando c’era lei quando tutto era migliore: che ne sapete, che ne sai della solitudine di un fuochista? Partirono le fontane, i traccianti, i lanciatissimi, quelli che ti perdi a vederli e li vedi anche quando non ci sono più o perlomeno così ti sembra.
La gente accorreva non si era mai vista una cosa così. La “masculiata” più bella che non finiva mai. I bambini ridevano impazziti di gioia tutti con gli occhi all’insù, tutto sembrava festoso, anche chi soffriva per qualcosa, ebbe un momento di evasione dal dolore. Lui non si individuava esattamente tutto era coperto dal fumo. E lui insisteva sparava tutto quello che aveva, non si poteva raggiungerlo, non si capiva bene dove fosse e continuava e nel cielo si formava una rosa bianca bellissima, una rosa rossa, una verde, una gialla sempre più bella sempre più alta. Solo rose, come se la mano fosse guidata da Dio. Rose, rose sempre più belle sempre più vere da sentirne il profumo, forte, appagante come se lei fosse li, non fosse mai andata via. Lui stesso non capiva più niente, piangeva e si domandava perché venissero fuori quelle rose perfette, col monte Pellegrino a far da testimone. Aveva finito gli innesti, le spolette, tutto, ma le rose continuavano; pensò “forse è questo il Paradiso dei fuochisti, forse è vero che le nostre mani di artigiani sono il riflesso di quelle di Gesù”. C’era in quel gesto disperato, struggente, estremo, tutto dell’artigiano, la solitudine orgogliosa, la dignità del saper fare e nell’insistere, il coraggio calmo ma frenetico che ti fa andare aldilà e soprattutto la libertà, la cosa più intima e più sfrontata. La libertà di sperare, per testimoniare protesta, amore, fragilità, dolore, resistenza, mistero, in ultimo esistenza, speranza, Fede. Con grande stupore vide che i botti non c’erano più ma i fuochi nel cielo continuavano però senza rumore, con un effetto surreale, come se a lanciarli fosse il Cielo con uno strano effetto da inversione canonica, con il fumo e il profumo di rosa che copriva tutto. Prima dell’alba tutto finì come se i fuochi lasciassero posto al sole. Quando si corse a vedere dov’era Totò non c’era più. Dicono sia caduto, finito in mare, dicono si sia buttato, povero “fuorieddara” impazzito, dicono, invece, che lo abbiano portato in un Posto migliore. In quel posto terreno dov’era, almeno si pensa, adesso c’è un roseto che sopravvive incautamente anche lì vicino al mare e nessuno tocca quelle rose che disperatamente non appassiscono, non muoiono, rinascono. Non come i fuochi che per quanto belli, per quanto alti, per quanto colorati durano un attimo, come la vita, e poi svaniscono e non si sente il suono.

Giacomo Basso

Dedicato a Rosa