Racconti Artigiani

L’ultimo spazzacamino

Si legge su “Risveglio Ossolano” del 17 giugno 1971:

E’ morto l’ultimo spazzacamino della Val Vigezzo, investito da un’automobile alle prime ore di domenica 13 giugno, giorno di Sant’Antonio. Come il suo santo protettore si chiamava Antonio Bonzani, ed era nato a Folsogno, nel 1914. Verso le 1.30 di domenica , il Bonzani viaggiava a piedi sul cilio della strada tra Masera e Domodossola quando un’auto che sopraggiungeva nella sua stessa direzione lo investiva rovesciandolo nel fossato. Vano ogni tentativo di rianimazione da parte degli automobilisti fermatisi dopo l’incidente: il Bonzani caricato su un’autovettura della Croce Rossa giungeva all’Ospedale di Domo in fin di vita. Il conducente della Fiat 600 ha dichiarato di essere stato abbagliato da un’autovettura che procedeva in senso inverso proprio all’uscita della curva dove venne investito il Bonzani. Scompare così una tipica figura di altri tempi: il Bonzani era forse l’ultimo vigezzino che si dedicava alla vecchissima arte dello “spazzacamino” e per tale motivo girava per i paesi dell’Ossola, fermandosi a pernottare un po’ ogni dove, come lo conduceva il suo lavoro. Le indagini del caso vengono effettuate dalla Polizia stradale di Domodossola”

Tunin moriva e con Lui la leggenda degli spazzacamini. Aveva soli 57 anni ma ne dimostrava novanta, soprattutto valutando con il metro di oggigiorno . Del resto, gli spazzacamini iniziano a lavorare o perlomeno iniziavano, a sei sette anni, perché più si è esili e meglio si riesce a scivolare nei camini, sulle cappe, con le raspe e gli scopini. Si portava sulle spalle Tunin il peso di una esistenza dura e forse, simbolicamente, il peso di una esistenza crudele di tutta una genia di “rusca” come chiamavano dalle sue parti i bambini spazzacamino, ceduti dalle famiglie a improbabili padroni . La fame era tanta, tanto valeva per togliere una bocca dal magro desco, dare via un bambino per quel duro mestiere. La stagione iniziava proprio in settembre e terminava con i giorni caldi quando lo spazzacamino si indistingueva.

La maggior parte dei padroni erano dei veri e propri schiavisti e maltrattavano gli spazza con angherie e soprusi e soprattutto con i crudelissimi digiuni, per non farli crescere, non ingrassare , come se fosse una colpa atavica e forse lo è, pagata unilateralmente, quella di voler mangiare.

E poi il freddo, gli incidenti, la paura, la solitudine, la cecità, perché per scendere e salire nel camino si indossava un berretto senza fessure per gli occhi, che erano comunque compromessi , si andava a tentoni, con le piccole mani devastate dalle ferite. E a volte si prendevano anche le botte per far adattare ad ogni sacrificio e annullare la volontà.

Da qui e dal mistero, la leggenda paradossale degli spazzacamini, sempre allegri e felici; facile, ma, suggestiva, romantica e consolatoria tradizione, della felicità giovanile, che si adatta e non muore, che non si corrompe e sopravvive a qualsiasi costo.

E il Natale quando gli altri festeggiavano, lo spazzacamino più sfortunato conosceva ancor più la condizione contrapposta di un luogo solitario, un presepe fatto di tetti e di camini e un albero fatto di stelle e di nubi piccolo sconosciuto ossimoro, di felice-disperazione, incarnato, della sua dolente e eppure compiaciuta esistenza.

Come in quel magico film di Mary Poppins, dove viene rivendicato l’orgoglio del proprio status, della propria dignità, alla ricerca pervicace del lato bello dell’esistere. Metafora impenetrata della vita, della sua durezza, della sua sconcertante, ineffabile, divina o assurda volontà.

A volte, gli spazzacamini sono stati eroi, come quel bimbo italiano in Francia nel 600, che nel camino ascoltò una conversazione di cospiratori, che volevano uccidere il Re.

Denunciata la trama, il piccolo spazzacamino fu premiato, pur volendo continuare a esercitare il suo artigianato. Perché lo spazzacamino è spazzacamino per sempre neanche fosse una sindrome o un estuario.

Chissà perché, nonostante tutto questo retaggio di paure, di privazioni, di dolore e sofferenza, oppure per contrasto, proprio per questo, c’è sempre stata la convinzione che gli spazzacamini portassero fortuna, come i loro amici gatti dalle medesime sette vite, con cui condividevano il territorio, soprattutto quelli neri come il fumo. Addirittura, il bacio di uno spazzacamino, seppur invasivo di fuliggine, assicurava fortuna e benessere. Come se il Signore per risorgere da tanta umiliazione, avesse dotato i nostri eroi di un talento sublime, dare un po’ di felicità o almeno di speranza agli Uomini. Pietà umana, che inventa commoventi storie e spiegazioni cui volentieri crediamo. Si andava avanti lo stesso se uno spazzacamino non sopravviveva, veniva trovato assiderato, o vinto, dal digiuno e dalla fatica sui tetti o nei condotti, esausto e sconfitto, piccola sfortunata anima dolente e accasciata.

Piccoli soldati caduti in una disperata battaglia altruistica. Avanti un altro senza rimpianto così dice Bert in Mary Poppins.

Appena la vita sfuggiva, però, agli spazzacamini si pensava e si sperava era riservato un altro privilegio, che si canta e si narra, o almeno pietosamente si sussurra , quello di un Paradiso riservato ed esclusivo, dove non c’era posto e non ce ne sarà mai per i padroni crudeli di tutte le generazioni e per coloro che non rispettano la dignità dell’Uomo. Un Paradiso situato più o meno là dove il fumo quando sale non è più visibile, anche nelle notti chiare , tra il cielo e la terra , là dove la notte è rischiarata non si sa come e non si sa perché da un vago chiarore. In questo posto non c’è freddo, c’è tepore, ma non quello che deriva dalla combustione ma quello che proviene da un amore eterno, non c’è fame perché tutti sono saziati e non c’è bisogno neanche di crescere, perché si sta bene così. Non si ha neppure paura di cadere, perché l’appiglio è solido e ci si vede benissimo, anche se metti il berretto sugli occhi. E soprattutto non si ha più paura, perché si è tutti giustificati e non c’è quel senso, avvertito, dolorosamente acuto di essere abbandonati, di essere perduti.

Si dice, che nonostante tutto questo qualche spazzacamino ha nostalgia del tetto e del camino e vorrebbe tornare indietro, come quando aveva freddo fame e paura perché gli piaceva sentirsi così, gli piaceva quel senso di sfida, della non rassegnazione, che ti fa essere divino che ti fa essere spazzacamino. Spesso qualcuno scappa e se la notte d’inverno, hai voglia di vedere, lo trovi laddove ancora funzionano i camini.

Quanto ci sono cari gli spazzacamini così come ci sono cari quelli, che ci aiutano, ci danno una gioia, ci danno amore, neanche fossero spazzacamini della nostra anima sporca della fuliggine del tempo e dei suoi lamenti e dei suoi e nostri dolori.

Tunin aveva sulle spalle, forse senza saperlo, il retaggio e il peso di tutto questo, quando quella sera camminava, solo, sulla strada con la sua vecchia bici ridotta a vetusto arnese e agli scopettini ridotti a rinsecchiti arbusti di un albero appassito.

Non a caso era il giorno di Sant’Antonio, il “Suo” Santo dei Miracoli, quello che ti fa cedere le catene e finire le miserie, quello che ti fa ritrovare quello che hai perso da giovane. Forse quei fari per Tunin erano le stelle che guardava da bambino, forse sperava di trovarsi sui tetti, dove non ci sono 600, forse barcollava perché aveva ceduto ad un bicchierino di troppo, forse, forse, forse. Sta di fatto che l’ultimo spazzacamino era stato Lui, il piccolo grande Tunin di Folsogno, umilissimo artigiano, felice spazzacamino, memento per tutti noi, di che cosa vuole dire dignità. Nonostante tutto.

Si legge sul Popolo dell’Ossola del 24 giugno 1971:

Martedì 15 giugno la famiglia parrocchiale di Re Folsogno si è riunita, per accompagnare all’ultima dimora Bonzani Tunin.

Povero Tunin così calmo e tranquillo ha avuto una morte violenta; amava tanto le cose del passato (i suoi vecchi arnesi da spazzacamino e la sua vecchia bicicletta quasi ormai fuori uso) ed è stato vittima del progresso, investito da un’automobile. Egli era uno degli ultimi rappresentanti di quella schiera di umili lavoratori, gli spazzacamini, che nei secoli scorsi lasciarono il paese per cercare lavoro in luoghi lontani, anche all’estero.

Essi sono stati i primi missionari della nostra Madonna di Re poiché quella immagine della Madonna miracolosa che essi portavano in tasca la mostravano in giro per il mondo.

Quando i nostri ragazzi cantano le canzoni dello Zecchino della Madonna ne hanno sempre una dedicata agli spazzacamini e il Tunin era felice quando la sentiva. Ora, la sua figura caratteristica che ci legava al tempo passato è scomparsa, però ci invita ad amare il nostro lavoro anche se umile e soprattutto ad essere contenti di ciò che abbiamo, anche se poco.

Il nostro Tunin aveva avuto pochissimo, ma era felice”.

Giacomo Basso