Giacomo Basso senior con Gabriele d'Annunzio

Racconti Artigiani

Le Armi, gli Amori e gli Artigiani. Gabriele D’Annunzio

Gabriele D’Annunzio morì il 1 marzo del 1938. Il Prefetto Rizzo, addetto alla persona del Vate, presso il Vittoriale degli Italiani telegrafò al Governo: “Il Comandante Gabriele D’Annunzio, Principe di Montenevoso, è spirato improvvisamente. Si è constatato che la morte è avvenuta per emorragia cerebrale”. Come ci riporta magistralmente Montanelli, fu così risparmiato al Vecchio Vate il dolore di vedere, come sarebbe avvenuto di lì a poco, accolto trionfalmente in Italia il “marrano Adolfo Hitler dall’ignobile faccia offuscata sotto gli indelebili schizzi della tinta di calce e di colla ond’egli aveva zuppo il pennello, o la pennellessa in cima alla canna o alla pertica, divenutagli scettro di pagliaccio feroce ma senza ciuffo prolungato alla radice del suo naso nazi”.

Il Comandante avrebbe compiuto 74 anni il 12 marzo, ma sembrava e si sentiva molto più vecchio. Gli strapazzi e gli stravizi, le trasvolate, le corse, le battaglie, le imprese di guerra e di amore avevano inciso sul suo fisico. Rughe, eczemi, dolori, sparizione della dentatura, flogosi estrema delle ghiandole, egli non teneva più neanche alla Sua proverbiale eleganza e non scriveva più. Il Vate era muto se non d’accento, di pensier e di azione. Solo l’ultima donna definita l’ultima “Clematide” (non si sa bene chi fosse) ancora lo prendeva (con l’ausilio della cocaina). Come dice Piero Chiara, commentando le sue ultime lettere per lei, “l’identificazione di una morbosità sensuale che, se può venir considerata assai comune nel caso del Vate, si esprime a un alto livello letterario che la riscatta e fino ad un certo punto la nobilita”.

In queste missive anche accenni al parvenu Mussolini, che – saputa il 1° marzo la ferale notizia – non poté esimersi dal trattenere un rivelatore e liberatorio “finalmente!”.

Del resto, l’Immaginifico non aveva mai voluto prendere la tessera del partito, neanche honoris causa e si era rivelato un “bel rompiscatole” del regime, che comunque gli era debitore di molti dei suoi vocaboli e dei suoi rituali. Aveva solo accettato, in ultimo, un po’ obtorto collo, alla morte di Marconi, la Presidenza dell’Accademia d’Italia, ma all’inaugurazione non andò nella Capitale, neanche sapendo della presenza del Re e della Regina. Voleva andare a Roma in primavera scendendo al solito appartamento al Grand Hotel vicino Piazza Esedra, ma non poté, questa volta non raggiunse maggio. Quello che non avrebbe mai accettato se fosse vissuto sarebbe stata l’alleanza con l’“Imbianchino”. Il Vate sapeva che il fascismo pur feroce dittatura (all’italiana stante la diarchia con quell’ultima rappresentazione improbabile di monarchia) era espressione epigona anche se distruttiva del Risorgimento e della sua cultura di cui si nutriva ostentatamente la ratio intellettuale e sociale. Le ignominiose leggi razziali, l’alleanza con i Crucchi e la discesa in guerra con loro avrebbero di fatto, fra lutti e macerie, fatto morire d’infarto il Risorgimento e i suoi ultimi ideali e i suoi retaggi.

Per ricompattare l’Italia ci sarebbe poi voluta l’era del riformismo della prima straordinaria DC e di tutto il movimento cattolico, ma questa è un’altra storia.

Possiamo immaginare che mentre spirava, come pare avvenga, il Vate rivedesse in un fugace seppure esaustivo, oppure esaustivo seppur fugace, flashback tutta la vita: i volti fieri del “Fiore degli Eroi” come definiva lui i suoi camerati, quelli ispiratori delle Muse e delle Arti, delle muliebri forme, delle brigantesche adunate; le notti cieche a vegliare e così i giorni a comporre; il Canal Grande e la casetta rossa; Fiume persa e disperata semmai conquistata, sempre rimpianta; Pescara; Firenze, la Poesia la “Capponcina”; l’agognata Roma e i suoi salotti; Parigi e la lumière; Eleonora e il mito decadente del superuomo.

Aveva rischiato di chiamarsi Rapagnetta, il Vate, e il destino non sarebbe stato lo stesso, ma il padre, presagendo, prese il nome del cognato e fu subito D’Annunzio, anzi d’Annunzio con quel d minuscolo di nobiltà.

Lo stesso si descrive nel ’19 quando chiese il passaporto alla Francia dopo l’abbandono di Fiume. Come riporta Spinosa, “Gabriele D’Annunzio nato a Pescara il 12 marzo 1863 da Francesco D’Annunzio e da Luisa De Benedictis, professione: uomo; statura: 1,64. Fronte alta. Occhi grigi. Naso regolare. Bocca regolare, capelli bruni, barba bionda, baffi biondi. Colorito pallido. Corporatura snella. Segni particolari: calvizie, cicatrice al polso sinistro e al ginocchio sinistro, cecità dell’occhio destro (aveva rischiato di perderli tutti e due per ardimento).

L’abbandono di Fiume era stata la sua catarsi negativa da cui non si riprese. Era partito con un manipolo di pochi dal pontile di San Giulian a Venezia su una splendida cabriolet rossa guidata dall’autista e amico Giacomo Basso senior (nella foto) e con lui e pochi altri ritornò sconfitto andandosi a “seppellire” a Gardone nella villa da Lui definita il Vittoriale degli Italiani.

Non lo rivitalizzò (anche se gli piacque) l’esser creato, si potrebbe dire eletto, Principe di Montenevoso, ormai il meglio di sé l’aveva dato. L’esteta raffinato, maggiore esponente anzi incarnazione del decadentismo, dall’esplosiva, trasgressiva, eppur elegante sensualità covava sentimenti indefinibili di stupito inappagamento.

Neanche quando cieco aveva composto il “Notturno”, assistito amorevolmente dalla figlia, aveva tanta disperazione, anzi – come sempre succede quando si soffre – trovava l’ispirazione, ma questa volta no. Del resto non era il Vate rappresentazione ed evocazione di sentimenti e di decadente disperazione? Da noi solo Pascoli lo avvicinò e gli fu amico; gli riecheggiavano quei versi: “ti pettinò quei bei capelli ad onda, tua madre adagio per non farti mal”. Eppure c’era nella sua vita pre Fiume un senso di culto del mistero, di esaltazione corrosiva e compiaciuta della sregolatezza e una tormentazione quasi ossessiva della musicalità (che noi qui cerchiamo di rendere con l’intermezzo della Manon Lescaut pucciniana).

Cosa era rimasto al Comandante di una siffatta vita? Un grande “cafarnao” di memorie, di oggetti, di ricordi nel Vittoriale e in sé.

I suoi meravigliosi vestiti dell’arte abruzzese di quegli straordinari artigiani, che recentemente ne hanno restaurato il guardaroba con una splendida mostra a Pescara. Non aveva un buon rapporto, o perlomeno lo aveva dicotomico, con gli artigiani il Vate, soprattutto per gli amati (per quello che erano in grado di comporre) ma detestati (per quello che legittimamente pretendevano come compenso) sarti.

A Roma era stato il “terrore” delle sartorie. Tutte, in ultimo, ambivano per vanto averlo come cliente, ma ugualmente, tutte, temevano la sua morosità.

Avrebbe tempestato nel suo anacoretico ritiro (finì da anacoreta avendo del resto sostenuto, per dare leggenda alle sue origini, di provenire da una famiglia di eremiti asceti della Maiella) il duce, di missive, ordini alternati a bonarie lamentose richieste, affinché tutto il suo guardaroba divenisse patrimonio nazionale sollevandolo dai pagamenti. Ottenne poi in ultimo che il Vittoriale divenisse Fondazione per risparmiargli l’avidità degli eredi e le seccature dei creditori. Una volta successe che gli artigiani di mestieri più tradizionali venissero a contrasto per Lui. Successe a Forte dei Marmi nel ‘906 il Vate era in una delle sue “salvifiche” vacanze ospite del Conte Digerini Nuti, nella splendida villa, definita Versiliana, che gli fu così cara da inviare, negli ultimi giorni, una sua vestale vestita di nero a prendere un pugno di terra per annusare ancora quella fragranza. Fragranza, che probabilmente, gli ispirò la sua linea di profumi “Acqua Nunzia”. In quei giorni scelse un barbiere che fu così bravo a delineargli il “pizzo” che lui stesso gli aveva disegnato da essere nominato (come riporta il De Marchi) suo

“barbitonsore” ufficiale. Il Poeta fu talmente soddisfatto che regalò al “Pisano” così era soprannominato l’artigiano, una scatola di suoi preziosissimi e rinomati sigari. Il barbiere fu così contento, che espose in evidenza in bottega il trofeo, ma un sarto lì vicino tanto fece e tanto brigò che si impadronì del premio forse rubandolo. Il litigio si compose con baratto tra la scatola di sigari e un bel vestito confezionato su misura per il “Pisano”.

Il Vate, mordace, saputa la artigiana composizione commentò: “Taluni con una scatola di sigari si vestono. A me invece per acquistarla mi spogliano”.

D’Annunzio può piacere e non piacere ma ai più oggi non piace ( in questa epoca in cui l’estetica non è una percezione ma una codificazione, la sensualità è pornografia, la raffinatezza è ostentazione imitativa e al mito del superuomo si è sostituito quello dei “bamboccioni”) . E’ però giusto così, perché solo nel suo tempo il Vate avrebbe potuto essere tale in questo tempo no. Forse per appalesarsi oggi Gabriele sarebbe dovuto andare al Grande Fratello (sic). Ma questo tempo, è probabilmente, migliore perché quell’epoca con le sue suggestioni futuriste, reduciste, i maggio radiosi, i superuomini, le adunate e la giovinezza ardita portò lutti e rovine e alla morte seppur gloriosa. Tanti indistinti e distinti eroi come uno per tutti suo amico della cabriolet rossa di Fiume cui aveva predetto (conserviamo il reperto) autografata “la speranza dell’ultima corsa dell’ultima battaglia”. Quel ragazzo morì come dettò il Poeta all’articolista del Littoriale che ne tesseva l’elogio”dopo aver sfidato la morte mille volte sul campo di battaglia per un impeto di generosità per salvare un amico in pericolo”. Aveva ventotto anni ed era pioniere nel ’26 ancor qui futurista delle corse di moto). In quella vinse Nuvolari (allora moto e macchine correvano insieme) e Lui perse la vita. Lasciava una moglie e un figlio di due anni. Il Comandante non usciva più dal Vittoriale e aggiunse un altro volto ai tanti che avrebbe visto nel flashback di rimpianto.

Forse sentiva in ultimo pena e chiedeva perdono per quei tanti giovani ardimentosi che anche per i Suoi incitamenti, per le Sue note di esaltazione poetica, per il Suo esempio, andarono a morire generosamente ma tragicamente come sempre è tragica la morte dei giovani, checché ne pensi Menandro. Come quell’Alpino, lì sull’Adamello, caduto dopo i ripetuti insensati attacchi per la conquista di una roccia, di uno sperone. Di quell’ignoto fu poi trovata, pare, una bisaccia con una raccolta di poesie del Vate mentre anziché nel pineto la pioggia, grandinavano sui militi le bombe e le mitraglie. Ultima disperata sinestesia il Vate si sentiva innocente come quel suo personaggio. Ci piace pensare che fu perdonato perché negli ultimi anni molte erano state le sue afflizioni, e come ci è stato promesso chi è afflitto sarà consolato.

“Io ho quel che ho donato” fu il Suo testamento spirituale dettato al Vittoriale degli italiani.

La disperata lotta è sempre quella, rendere l’Uomo qualcosa di molto più importante di quel qualcosa di così poco importante che é consapevole di non essere ma che finge, a volte, protervamente di essere, disperatamente, decadentemente.

 

Giacomo Basso