Racconti Artigiani

Sgrullarella

Casartigiani per i 150 anni dell’Unità d’Italia
Sta’ attenta Sgrullaré che ne cade n’antra! Bomba! Panza a tera!

Così Righetto, quando cadeva una bomba nemica, orfano, dodici anni, di mestiere saltuario, garzone di forno con predisposizione a fare il pane e a diventare un buon fornaio, ma di destino eroe, della Repubblica Romana e del nostro Risorgimento, sicuramente incosciente, soprattutto innocente, in fondo, puro angioletto della libertà.

La Repubblica Romana sta cedendo, in quel giugno del ’49, sotto i bombardamenti dell’esercito del “petit Napoleon” chiamato a Roma da Papa Pio IX, rifugiatosi a Gaeta, a ripristinare il suo potere temporale. Quante illusioni, questo Papa giovane e bello aveva insinuato tra i carbonari e il popolo, con i suoi primi atti democratici, con i suoi primi discorsi intonati, per chi aveva orecchie predisposte alla musica della democrazia! Poi, pian piano, ci si lamentava “sei buono, sei Pio, ma stai, alludendo al suo cognome Mastai. Fino a quello, che fu ritenuto un voltafaccia, la fuga e la richiesta d’aiuto alla Francia. Ma ormai Roma era Repubblica: Mazzini, Saffi, Armellini, il triumvirato di reggenza come ai tempi di Cesare. Garibaldi il Generale, era arrivato con i suoi garibaldini a difendere l’Urbe, la lotta è concentrata tra Monteverde e Trastevere, in quegli ultimi gloriosi giorni.

Villa Corsini è già caduta, il “Vascello” regge? L’eroe dei due mondi attacca a baionetta in testa ai manipoli e respinge indietro i francesi, come e quando può al grido “gli Italiani si sanno battere” per ricacciare in gola ai cugini d’oltralpe le offese sulle nostrane presunte e ataviche vigliaccherie. Cadranno Manara, Dandolo e Morosini il fior fiore di Lombardia, cade per una cancrena ad un gamba Mameli, a vent’anni ma ha fatto in tempo a scrivere la parole dell’Inno: Dov’è la vittoria? Schiava di Roma, Iddio la creò! Ma a Roma si muore. La città santa é martoriata.

Una sera di giugno a Trastevere, davanti a Ponte Sisto, dove c’è il piccolo Fontanone di Paolo V, c’è un momento di tregua tra vicolo del Moro e vicolo del Cinque si mangiavano zuppe e rimasugli, c’è pure qualche chitarra e un “buiaccaro”, c’è soprattutto coraggio e libertà!

Don Ugo Bassi e il Conte Livraghi ancora teorizzavano sulla libertà, il Generale, come al solito, dà l’esempio su tutto e con Medici ancora pianifica e incoraggia.

Righetto, accompagnato da suo unico familiare “la cagnetta “Sgrullarella”, gira con altri ragazzini tra i garibaldini e la gente, orgoglioso del suo apporto alla difesa.

Sgrullarella se ha caldo va alla fontana, beve , si inzuppa e si sgrulla, da qui il suo nome. Ma non è una “sgrullata” come un’altra. La cagnetta sobbalza, gira su se stessa, emette un verso che sembra un sorriso e poi si ferma di colpo come paralizzata, con il muso a terra, poi riprende a scodinzolare andando a cercare la mano di Righetto, da leccare, da baciare (così è effigiata nel monumento al Gianicolo).

Righetto ha inventato un suo modo di essere prezioso agli eroi.

Con i suoi compagni quando arriva una palla grida Bomba! Panza a tera! E vi si butta sopra, con uno straccio ben bagnato, per spegnere la miccia prima che questa deflagri. Troppe ne ha spente: è andata sempre bene, quante vite salvate! Eppure Lui angioletto di libertà non ha ali, non è incorporeo, perché se così fosse per legge del Signore non potrebbe agire, ma è umano e se la bomba scoppiasse sarebbe un macello. Ma lui, niente, coraggio e “panza a tera”, con lo straccio ben bagnato in mano, con Sgrullarella che non ha paura, non scappa semmai abbaia un verso, che sa di coraggio e di fedeltà.

Quando, quella volta, aveva visto il Generale a cavallo, al quale di Righetto avevano parlato, questi gli aveva detto “Bravo ragazzo sei coraggioso” Righetto non aveva capito più niente, lui non aveva avuto mai un padre che lo elogiasse e adesso Garibaldi era suo padre e per un suo elogio avrebbe fatto l’eroe. Avrebbe voluto dire qualcosa, ma non ci era riuscito. Lui e gli altri, pure Sgrullarella si sentivano in petto un mare di emozioni.Chi non ricorda come ci si sente a dodici anni quando si gioca, si corre con gli amici?! Sensazioni mai più provate mai più sentite.

Il sapore e il rumore dell’acqua fresca dopo una sudata, l’abbraccio di un amico magari per un gol, gli scherzi, le risa, il senso di immortalità, ma qui si moriva!

Per lui l’abbraccio degli amici era più intenso, perché un gol era una bomba spenta e resa inoffensiva. Aveva sentito dire, W L’ITALIA.

Lui non capiva bene cos’era l’Italia, per lui l’Italia era Roma, era Ponte Sisto, però aveva capito una cosa la sera guardando per i tavoli e le taverne e le botteghe di Trastevere, che i tanti accorsi nella sua città, parlavano dialetti diversi ma tutti urlavano W L’ITALIA e adesso per lui finalmente l’Italia era la sua città, la sua casa, la sua famiglia e la voleva difendere. Valeva la pena, armato solo di uno straccio bagnato, di affrontare bomba dopo bomba, per difendere quella famiglia.

Il problema era restar solo la notte quando le bombe finalmente cessavano e molti cedevano al sonno e lui e Sgrullarella si ritrovavano spesso sotto Ponte Sisto alla Renella. Questo eroe non aveva paura delle bombe, ma della solitudine, di orfano, qual’era. Non vedeva l’ora che facesse giorno perché ogni giorno era un giorno da eroi. Non si poteva descrivere quanto voleva bene a Sgrullarella, quella cagnolina senza tempo che se avesse potuto si sarebbe buttata lei sulla bomba, oppure l’avrebbe portata via come un osso, per sotterrarla e sotterrare, con essa, le mostruosità dell’oppressione.

Quella mattina ancora bombe! Panza a tera! Lo straccio stretto ma la bomba esplose e Righetto fu dilaniato e con Lui Sgrullarella, stupita, senza il tempo di un gemito.

Ancora, W L’ITALIA, gridò qualcuno, ma Righetto non poté sentire.

Il silenzio che susseguì era più forte della deflagrazione. Lui non aveva mai risposto al fuoco, piccolo innocente garibaldino disarmato, aveva solo cercato di spegnerlo, eppure pagava con la vita l’abnegazione e il coraggio. “Muore giovane chi al cielo è caro”, dice Menandro, chissà che avrebbe detto Pio IX!!

Quando nel 1895 fu eretta sul Gianicolo la statua equestre (il fido cavallo Marsala) al gran maestro, generale Giuseppe Garibaldi, lo si pose “minacciosamente” a osservare e guardare verso nord ovest il Vaticano, come se l’Eroe non dimenticasse.

Nell’occasione dei Patti Lateranensi una, delle varie cose chieste seppur secondarie, fu che la grande statua di Garibaldi fosse girata, a guardare verso Roma, e non più il Vaticano, e naturalmente fu fatto. Non volendo, si fece un omaggio a Righetto, perché se adesso vai a Ponte Sisto, laddove è morto il piccolo eroe, e guardi verso su a Monteverde tra una torretta, le tegole di via di Ponte Sisto e un filare, vedi la statua del Generale che sembra osservare proprio in quel punto a ricordare quel ragazzino e la sua cagnetta e se c’è il sole, ma solo all’alba, dopo l’espiazione della notte, vedi che prevalgono tre colori nello sfondo, il bianco dell’aurora e dell’innocenza degli ideali, il rosso del sole e dei garibaldini e il verde del sacro gianicolo degli eroi e della speranza e dell’unità non della divisione e degli anni belli di tanti eroi sacrificati alla libertà.

Righetto e Sgrullarella, pure, hanno il loro monumento, alla passeggiata del Gianicolo sempre vicino al loro grande Generale.

C’è scritto “a Righetto giovane trasteverino simbolo dei ragazzi caduti in difesa della repubblica romana”.

Lui, Lorenzo Brunetti figlio di Ciceruacchio, Domenico Subiaco il tamburino, David Bucchi porta ordini della legione Garibaldi e tanti altri ragazzini che morirono per un gioco rischioso, fare l’Italia.

W L’ITALIA Sgrullarè, W L’ITALIA!

G.B.