In primo piano 15 Giugno 20

Alberto Sordi un amico degli artigiani

Alberto 100.

ALBERTO

Avevo capito che Alberto Sordi, quasi ogni giorno, tornando a casa, all’ora di pranzo (che per noi romani era intorno alle 14.00) dagli studi di Cinecittà, passava con la sua Lancia Zagato per viale Ipponio , che è esattamente  pochi metri da quella che era la mia scuola e da casa mia e anche molto vicina alla di Lui splendida villa, al cosiddetto Monte D’Oro, con vista sulle Terme di Caracalla. In quel periodo, sul canale nazionale della RAI, andavano in onda tutti i suoi film e la popolarità di Alberto Sordi aveva raggiunto l’acmé, soprattutto nella sua Roma, e tutti, soprattutto noi giovani, ne fummo contagiati tanto da assumerne pose, sembianze, eloquio, tic e stilemi. Quindi, anche il sottoscritto prendeva esempio dai personaggi di Alberto Sordi, senza ancora ben capire che Lui ne metteva in evidenza i difetti, per contrastarne gli effetti, attraverso la teoria psicologica del controverso e grande merito di quei capolavori va ai suoi soggettisti, ai mitici sceneggiatori, agli scriptwriter, ai grandi registi di una favolosa epopea che fu quella di Cinecittà e del neo realismo prima e della Commedia all’italiana poi. Per rimanere in campo attoriale, se dovessimo fare una classifica , come fanno gli americani, che ad esempio mettono al primo posto Humphrey Bogart e al secondo posto Cary Grant, noi dovremmo per quanto riguarda il cinema, perché il teatro è un altro discorso, formulare, secondo me, questa classifica : 1° Totò; 2° Alberto Sordi; 3° Vittorio Gassman;4° Marcello Mastroianni;5° Nino Manfredi; 6° Ugo Tognazzi; 7°Peppino De Filippo; 8° Roberto Benigni; 9° Massimo Troisi; 10° Gigi Proietti; 10° bis Gino Cervi.

 Il tempo stabilirà se queste posizioni saranno sommovimentate. Una cosa è certa, che questa straordinaria epopea di Cinecittà, ha avuto come substrato una straordinaria genia di artigiani, le cosiddette Maestranze, alcune delle quali ho avuto l’onore di conoscere negli anni 80, rimanendo stupefatto per il loro valore. Gente che ti costruiva e ancora adesso ti costruisce, anche se il computer ha cambiato tutto, gli edifici in cartongesso, in pochi minuti, fa abiti in mezz’ora e risolve qualsivoglia altro tipo di problema che si può presentare sul set. Quindi, aver scoperto questo segreto del percorso stradale di Alberto Sordi, a quell’età, paradossalmente mi sembrava un qualcosa di meraviglioso, una sorta di finestra sul mondo e con la perseveranza sensibile che era e che sarebbe stata mia, ogni giorno aspettavo fiducioso, che Alberto passasse e ogni volta muovevo le braccia, come un naufrago che vuol dare presenza di sé e gridavo: Alberto!! Quindi non Alberto Sordi, ma semplicemente Alberto, perché in fondo, chiamando Alberto chiamavo Giacomo, chiamavo me, vedendomi come Lui o meglio volendomi come Lui.

Le prime volte Alberto passava dritto, accennando appena un sorriso, pur inconfondibile, e sono certo che avrà detto tra se e se: “ma che vo stò regazzino?” ammesso e non concesso come diceva Totò (cui è dedicato il post scriptum) che mi avesse individuato. Ma con il passare del tempo e delle ripetute  circostanze, tanta costanza, anche sotto situazioni climatiche spiacevoli, e tanta perseveranza lo deve aver sensibilizzato perché regolarmente al grido mio di Alberto, Lui abbassava il finestrino, tirava fuori il braccione e come faceva in tanti Suoi film urlava “Ciao!”.

Per me questo cenno faceva la distinzione tra il bene e il male, tra la vittoria e la sconfitta, solo come si può pensare in quegli anni preadolescenziali. Perché Alberto era un Uomo buono e generoso, aldilà delle leggende metropolitane, che una città dispersiva, enorme e cattiva come solo Roma sa essere (le uniche eccezioni possono essere Rio De Janeiro e Buenos Aires che però appartengono al loro essere e lo difendono) ha messo in giro, forse favorite da Lui stesso, per caratterizzare il personaggio e risparmiare all’Uomo le rotture di scatole.  Tante sono le opera di beneficenza di Alberto e, come ben sa il mio amico Nicola, se c’è un grandissimo ospedale all’avanguardia, che funziona alla grande, lo dobbiamo esclusivamente o quasi alla Fondazione Alberto Sordi. Il suo presunto solipsismo dovuto in particolare al personaggio ereditato da Petrolini di Gastone e alla sua famosa frase: “stà tranquillo non te lascio” rivolta a se stesso e alla sua fatidica affermazione: “non me sposo, non me posso mette un’estranea dentro casa”, non  era nient’atro che sensibilità esorcizzata dal sarcasmo. Una sensibilità estrema, quasi dolente e sofferente che solo i più avvertiti potevano percepire nelle pieghe della sua straordinaria qualità attoriale, ma ancor più nei palpiti della sua straordinaria umanità. Sinceramente non ricordo se a un certo punto fui io a non andare più ad aspettare Alberto o Alberto a non passare più, forse tutte e due le cose. Tutti ci dobbiamo perdonare quei blackout dell’adolescenza, quella tristezza improvvisa e sovrabbondante che ti prende quando esci dall’infanzia ed entri nell’”incubo” della consapevolezza, con tutto quello che comporta. Per poi dirla con Shopenhauer ci sono le distrazioni o meglio lui disse gli inganni, l’amore, la cultura, lo sport. Ma niente sarà più come prima perché il mondo è soprattutto soggettività e l’infanzia è la migliore condizione del vivere.

Ancora adesso, ogni sera, tornando a casa, passo sotto il Monte D’Oro, la villa di Alberto Sordi divenuta orribilmente vuota e triste, perché la Sua mitica finestra, con la sua serranda, prima, per metà socchiusa e la luce perennemente accesa, è adesso irriparabilmente serrata e spenta. Io non posso fare a meno di sussurrare, ogni volta, prendendo a prestito il soprannome di un suo personaggio di “Un americano a Roma” , a “un Santy Byron questo non lo dovevano fare”.

Roma non deve dimenticare Alberto Sordi. Roma si trova in questa condizione forse per la sua cattiveria e forse è vero che Dio non ha perdonato la Città Eterna, pur Santa.

Noi dobbiamo essere la Capitale e avere tutti i problemi di una Capitale senza avere nessun vantaggio, perché i vantaggi vanno tutti a Milano, con il suo spirito multiculturale, la sua concentrazione commerciale, la sua capacità di attrarre capitali. Del resto Milano conserva la sua origine di bottega e di magazzino, quella che vollero gli antichi romani, quando con Mediolanum, fondarono una città di transito e si stoccaggio delle merci. Sarebbe molto più giusto ripartire i Servizi verso altre città come Napoli, Firenze e per favorire il Mezzogiorno con un ampio piano infrastrutturale, anche Bari e la Sicilia e soprattutto anche al Nord l’amato Veneto. Ma Roma non può essere la sentina del male. Roma quindi non può dimenticare l sua maschera tragica e comica, drammatica e ironica, sarcastica e disperata. Ho incontrato altre volte Alberto, la vicinanza delle due abitazioni non poteva non creare altrimenti, ci ho scambiato qualche parola, ma non fu mai più come quando quel ragazzino salutava, quello che era un po’ per lui un secondo padre. Si racconta che soffrisse di insonnia  Alberto Sordi, Lui stesso affermò che aveva visto ripetute aurore e albe dalla sua finestra sulle Terme di Caracalla e pare che in quel vegliare tardo e solitario rivedesse i suoi mille personaggi e le sue grandi avventure. Cambiava fisionomia e pensiero e diveniva magicamente Oreste Jacovacci con Giovanni Busacca (Vittorio Gassman) eroi e martiri struggenti de “La grande guerra” di Mario Monicelli. Poi, come in un caleidoscopio, diveniva Silvio Magnozzi di “Una vita difficile” di Dino Risi, del mitico schiaffo finale al commendatore e padrone (il grande Claudio Gora) che l’aveva umiliato , buttato da lui nella piscina, e poi improvvisamente Alberto Nardi de “Il vedovo” e del suo improbabile piano di uccidere la sua insopportabile moglie (con i soldi) Franca Valeri, straordinaria, ordito insieme al Marchese Stucchi e allo zio che come un mantra gli ripeteva :” Albè se me ridai sordi mia, me ne ritorno al paese”. Piano di cui rimane vittima infine se stesso. Poi, ancora, il Frate di “Nell’Anno del Signore” e del suo leggendario affermare: “che c’è rimasto dei romani? Quattro mura crollate. Che c’è rimasto degli egizi? Quattro mummie secche. E degli etruschi? Quattro cocci rotti… e allora PENTETE FIJO! Ma forse, soprattutto, vedeva l’orizzonte dell’Africa e il cielo di Roma diveniva quello dell’Angola perduto e sconfinato del set, di quel mitico film di Ettore Scola “Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa?” in cui Alberto, alias Fausto Di Salvio, va alla ricerca del cognato Oreste Sabatini, straordinariamente interpretato da un monumentale Nino Manfredi, che alla fine ritrovato preferisce rimanere in Africa, mentre Alberto rimane indeciso tra mare e cielo, tra utopia e alienazione. Metafora fulminante della nostra precaria volontà, perennemente in lotta tra ES e SuperIO. Forse, quando al limitare di vita, doveva essere parco anche nel desinare, Alberto pensava alla fatidica frase “bucatino tu mi hai sfidato e io me te magno” mentre lo yogurt era finito al sorcio e la “marmalade” era finita al gatto.

Un brutto giorno di febbraio il caleidoscopio è impazzito, i personaggi si sono confusi, affastellati, conchiusi in un bagliore di luce meravigliosa e Santa, perché Alberto credeva fortemente. Grazie Alberto, non tutta Roma dimentica e forza Roma, sempre Forza Roma! Anche se sappiamo che tu inneggiavi alla nostra amata A.S. Roma, ma, soprattutto, a tutta la città. A questa smagata, imperturbabile, irrimediabilmente felliniana (il tuo grande amico Federico), immortale Città. Anche se “che c’è rimasto dei Romani”?!

P.s. Ringraziamo Giancarlo Governi per il suo libro “Totò. Vita, opere e miracoli” e per aver svelato retroscene a noi sconosciute sul Principe. Quindi, Totò voleva tornare a Napoli ma non da Totò e neanche da Principe, quello vi sarebbe tornato da morto, con quelle incredibili esequie di folla e per essere venerato come un Santo. Voleva tornare in incognito, come sempre per inseguire il suo karma, fare del bene. Certo c’è da considerare anche la sindrome della “napoletaneità” e del rimpianto di questa, perché per esempio adesso, questa nuova generazione è umanamente peggiorata rispetto alla precedente e se torni a Napoli e ti mancano quelle sembianze, il mare c’è sempre, Posillipo fa sempre da sponda ma manca il senso della vita stessa, pur quella vita che ti ha generato. Quindi quando la nostalgia e il bisogno di dare si facevano struggenti, Totò chiamava il mitico Cafiero e di notte imboccava l’autostrada del Sole, fino a raggiungere Napoli, il delta e la foce, laddove, dotatosi preventivamente di una adeguata scorta di leggendari biglietti da 10 mila lire, i famosi lenzuoli, della “Banda degli Onesti”  con Cafiero al fianco, coperto dalla notte, inseriva personalmente, perché la generosità è sacrificio, sotto lo stipite della porta, la banconota che al mattino avrebbe alleviato le sofferenze di tanti suoi concittadini. Forse succedeva che qualche volta qualcuno, sentendo il fruscio, lo riconoscesse e lo salutasse: “Principe”. E forse Lui se ne usciva con il suo mitico “ammesso e non concesso” volando via nella notte. Lui e Cafiero si sentivano sollevati, perché l’Uomo può fare poco per sollevare le sofferenze altrui ma qual poco lo deve fare e Totò lo faceva. A prescindere! Principe, che la Madonna ti accompagni!

Dedicato a mio padre Oscar

G.B.