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9-11-2007 Corriere della Sera
Il caso Romania e il decreto del governo
LA SICUREZZA A SINGHIOZZO
È finita con la vittoria dell' Italia (minoritaria)
- di Romano Prodi e della sinistra radicale - che pensa
di poter convivere con le baraccopoli e di gestire in
modo indolore l' immigrazione irregolare, sempre ai
confini, se non oltre, del crimine, e la sconfitta dell'
Italia (maggioritaria) di Walter Veltroni, della sinistra
riformista e della stessa opposizione, che avrebbe voluto
un' applicazione più stringente delle direttive
dell' Unione Europea in materia di immigrazione. Sarà
espulso solo chi delinque o rappresenta, genericamente,
un pericolo per la convivenza civile, a giudizio della
magistratura ordinaria, invece di chi, entro tre mesi,
non riesca a dimostrare di avere un domicilio e un lavoro,
a giudizio del giudice di pace. Una misura, quella adottata,
già presente nel Codice penale - ci mancherebbe
che non fosse punito chi delinque - o nelle disposizioni
generali di ordine pubblico. Ha vinto la Romania - che,
di fatto, espelle i propri delinquenti, sottoponendoli
alla sanzione di leggi più severe delle nostre
- e ha perso l' Italia che li accoglie con il lassismo
della sua classe politica, con le proprie leggi, pasticciate
e contraddittorie, con una magistratura troppo propensa
all' indulgenza. Si è sacrificato il rigore del
«governo della Legge» all' ambigua esigenza
di salvare gli equilibri del governo degli uomini. Non
è stato un bello spettacolo. Eppure, era cominciata
con un successo dell' Italia che, a fine partita, ha
perso. Veltroni, dopo l' efferato assassinio di Tor
di Quinto, era riuscito nella sua prima uscita importante
da neosegretario del Partito democratico a imporre al
governo un decreto d' urgenza sulla sicurezza in luogo
del disegno di legge che si trascinava stancamente in
Parlamento. Era proseguita con la disponibilità
dell' opposizione a non respingere per principio l'
intero decreto del governo, ma a collaborare con la
maggioranza in Parlamento attraverso qualche emendamento
che ne avrebbe rafforzato la portata. Ma, nella prospettiva
di un accordo bipartisan, il presidente del Consiglio
aveva opposto subito, nei confronti dell' opposizione,
un radicale «facciano quello che vogliono»;
come dire «da parte mia, farò quello che
reputo conveniente» (salvo precisare ora di aspettarsi
proposte concrete). Si è conclusa come ha illustrato
il nostro Giannelli nella vignetta di ieri. Con Prodi
che, davanti al presidente romeno, si sveste della sua
precedente condizione di poliziotto armato di tutto
punto. La direttiva dell' Unione Europea si presta all'
equivoco là dove il principio di legalità
- l' espulsione, per legge, se entro tre mesi non si
prova di avere un domicilio e un lavoro - si scontra
con quello di legittimità, il diritto naturale
dell' Individuo di non essere sanzionato se non in presenza
di un reato. Da noi, con l' articolo 13 della Costituzione
sulla libertà personale. Su questa ambiguità
ha giocato la sinistra radicale, presentandosi come
garante dello Stato di diritto di fronte a possibili
arbitrii del potere esecutivo. Il rischio, in queste
circostanze, era che si sacrificasse una libertà
- quella dell' immigrato in via di espulsione - in nome
di un' altra, il diritto alla sicurezza dei cittadini
italiani. Ma, in uno Stato che voglia dirsi liberale,
c' è sempre una gerarchia di valori, per quanto
incommensurabili, con la quale bisogna che il governo
pur faccia i conti. Invece, è esattamente ciò
che il presidente del Consiglio ha mostrato di non voler
fare, arroccandosi in una decisione tanto equivoca quanto
utile solo a se stesso. E che lascia le cose come stavano.
Molto rumore per nulla. postellino@corriere.it
Ostellino Piero
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