L’ARTIGIANO CHE INVENTO’ LA BICICLETTA
DI COPPI
Edoardo Bianchi nasce a Milano il 17 luglio 1865
crebbe, nell’orfanotrofio dei Martinitt e li
gli fu insegnato a essere un artigiano meccanico,
cosicchè lui divenne un grandissimo artigiano.
Formidabile Istituto quello dei Martinitt, che prendono
il nome dal convento di S. Martino all’Ortica
popolare quartiere di Milano reso celebre da Gaber.
I martini, in milanese Martinitt risalgono al tempo
degli Sforza e divennero commovente emblema della
città, quando nelle “Cinque giornate”
funsero da staffetta con stupendi atti di eroismo.
Nei nostri tempi i Martinitt vengono su, con un mestiere
e in tanti si fanno onore e l’onore è
più onorato quando l’infanzia è
difficile, scaldata solo dalla solidarietà
e dall’amicizia.
Bianchi non dimenticò mai il suo Istituto,
fu sempre uno dei donatori più generosi.
Il giovane artigiano ebbe una grande premonitrice
intuizione, quando aperta la bottega meccanica dove
aggiustava di tutto dai campanelli agli strumenti
medici, concentrò tutto il suo impegno e i
suoi sforzi sul futuro della locomozione e del velocipede.
Da questo alle biciclette il passo fu breve e la sua
fama crebbe di giorno in giorno , finchè la
regina Margherita moglie di Re Umberto in vacanza
a Monza , gli chiese una bicicletta per imparare.
Bianchi si ingegnò al massimo e costruì
uno splendido esemplare celeste, con lo stemma in
oro dei Savoia e le maniglie d’avorio . Fu un
successo clamoroso di stampo internazionale tutti
volevano una bicicletta uguale e la Bianchi divenne
un’Industria. Con un altro artigiano Tomaselli
si vinsero le gare e con un altro grande artigiano
Campagnolo il mezzo si completò, fino alla
straordinaria , leggendaria “Bianchi corsa”
del 1950 con cui Fausto Coppi segnò un’epoca
percorrendo, sospinto l’Italia della rinascita.
Su Coppi sono stati scritti chilometri di pagine di
libri e di giornali. L’Airone, il Campionissimo,
l’unicum bicicletta uomo. Il suo fisico particolarissimo
faceva sì che salito in sella quello stato
precario sembrasse veramente quello suo naturale,
molto di più che camminare. Le gambe lunghe
e il torace prominente che conteneva fino a sette
litri d’aria, le spalle arcuate e quella profonda
tristezza velata solo da qualche intempestivo sorriso,
come riaffermazioni violente di dignità fanno
spesso da contrappunto ad una umile sofferta esistenza,
tutto concorreva alla leggenda , che divenne poi mito,
con una morte prematura e avventurosa, perché
come dice Menandro “muore giovane chi al cielo
è caro”.
Il Campionissimo e la sua Bianchi erano un tutt’uno
anche per il cromatismo accentuato reso evidente là
sulle cime , dal sole dai bagliori intensi e dal contrasto
della neve, tutto celeste maglia e bici e forse anche,
in quei momenti, anche la pelle come il colore della
veste di quegli angeli manieristi e barocchi .
I coetanei di Coppi che era del ’20 ora dopo
quasi cinquant’anni dalla sua scomparsa se ne
sono andati quasi tutti e ancora stiamo a rimpiangerli
al di là dei loro meriti ma anche chi era appena
nato è stato contagiato da quel sospiro di
leggenda che si è respirato per anni ancora.
Coppi e la Bianchi fecero innamorare gli italiani
(l’Italia Artigiana per il grande ruolo che
ebbe il nostro mestiere nella rinascita) e con loro
Bartali e la Legnano, ma di un amore sportivo che
andava al di là del comprensibile. Come quando,
vinse nel ‘53 il giro d’Italia staccando
di venti minuti Koblet, sullo Stelvio salendo sereno,
quasi assente, come rapito dal suo percorso tragico
come fosse consapevole del suo sfuggire al sacrificio,
ma intanto dava gioia e speranza a un popolo che ne
aveva bisogno, perché ogni giorno era difficile
e bisognava rialzarsi dalle macerie e dal dolore.
Perché ognuno poi saliva sulla sua bici più
o meno di fortuna e si sentiva Fausto e la sua strada
di lavoro e di casa, magari triste e consueta diventava,
l’ Izoard e gli Champs Elises a Parigi, dove
Coppi era amato come in Italia.
Il mito non sfugge mai alle sue regole impartite,
da subito, dalla tragedia Greca, che offre la catarsi
come timido antidoto agli spettatori di tutte le età
e Fausto finito il Suo compito ci ha lasciato proprio
i primi giorni del 60 quando l’Italia si rialzava.
Lui non serviva più. Ancora ci si interroga
non fu curato in tempo non fu curato bene,contrasse
la malaria in Kenia e non lo si capì. Il suo
amico Gemaniani in Francia, con un po’ di chinino,
guarì, lui morì tra atroci tormenti
con il suo fido e cieco Cavanna a fargli coraggio
a tenergli la mano. Pare che lui e la sua bicicletta
“Bianchi Corsa” assursero in cielo insieme
così come sono raffigurati in tante icone e
a cima Coppi.
E da allora “un Uomo solo è al comando,
la sua maglia è azzurra, il suo nome è
Fausto Coppi”.
La sua bicicletta è artigiana.
G.B.