MARTINO
Martino aveva in quei tempi un’età indistinta
che ad essere ottimisti poteva essere sui cinquanta
ad essere pessimisti oltre i settanta. Martino sosteneva
di essere un artigiano – commerciante con il
suo banchetto itinerante, aggiustava e riparava di
tutto e su richiesta vendeva di tutto, bastava prenotarsi.
Erano i tempi in cui la burocrazia e il fisco “mordevano”
meno e c’era più tolleranza per
la bizzarria, prima, che fossimo noi alla mercè
della bizzarria.
Martino era di un posto indefinito, avresti sostenuto
con certezza che fosse del mezzogiorno, ma altri giorni
alcune sue inflessioni ti facevano dubitare. Lui diceva
di essere nato a Parigi e altro non voleva dire. Certo
gli adulti sapevano la verità ma a noi non
interessava. Martino aveva un cane di nome Gino, in
onore a Gino Paoli che Lui amava tanto e che all’epoca
furoreggiava.
Conoscete quei dischi ripetitivi che ancora si sentono
in città dove improbabili arrotini chiamano
le donne a raccolta per offrirsi di rinnovare la limatura
delle suppellettili? Beh Martino non ne aveva bisogno
, aveva inventato Lui il leit motiv, solo che offriva
ben altre capacità: c’era da fare l’idraulico?
Ecco Martino. L’elettricista? Pronto Martino.
Stringere allargare un pantalone? Sempre Martino.
Finanche fare una puntura, riparare le scarpe, riparare
una serranda, aggiustare il televisore. E il bello,
era, che sapeva fare tutto e non chiedeva tanto. Sul
ramo del commercio se gli chiedevi qualcosa, un transistor,
un pallone, una sciarpa, un cane, tutto trovava. Forse
non era di Parigi, ma aveva l’arte di arrangiarsi
dei napoletani, certo, degli artigiani.
Il suo momento di gloria nel ramo vendite arrivava
a primavera con le prime allergie e con le prime astenie,
anche da innamoramento. Ecco, la pappa reale di Martino.
Era un passa parola impetuoso. Hai provato la pappa
reale di Martino? Hai visto come fa bene? Dove la
prendesse non si sa. Si era un po’ più
ingenui sulle scadenze e le modalità di mantenimento
del prodotto, solo che ci si convinceva che facesse
bene e avanti così. Martino era buono, ma non
fesso, se qualcuno approfittava della sua eccentricità
e lo derideva, aveva degli scatti, mai velenosi, ma
impetuosi di radicale riaffermazione di dignità.
Un comportamento alla Dostojesky come se rivendicasse
una volontà collettiva di liberazione dallo
stato di umiliazione. Un rispetto verso la povera
gente.
Dove dormisse esattamente non lo si sapeva, anche
se i grandi dicevano che aveva un magazzino in periferia.
Chi non ha un magazzino, il suo cafarnao da qualche
parte? Un giorno Gino sparì e Martino non fu
più lo stesso. Quando passava nel quartiere
più o meno ogni quindici giorni, non faceva
più pedagogia come era uso fare, non raccontava
più aneddoti e non urlava più le sue
invocanti cantilene. Se poi pioveva soprattutto di
estate si lasciava bagnare e la gente non lo chiamava
più , la bizzarria è perdonata se attutita
dalla competenza, sennò è fastidio.
Poi non so più. Sapete come è, e perdonate,
quando si passa dall’infanzia all’adolescenza,
vi è un corto circuito, un black out della
memoria, da furbi, si diventa ingenui, da frenetici,
lenti. All’inizio non ci si accetta e non si
accetta neanche il mondo che ci circonda. Poi si riparte.
Non so niente di Martino, si che anche adesso a volte,
stupidamente se c’è un piccolo problema
domestico o una cosa che non si trova al supermarket,
penso: se ci fosse Martino! Porca miseria ma perché
non ci sono più i Martino?
G.B.