TAXI NAPOLETANO
Un giorno lavorativo come un altro a Napoli, dopo
una riunione associativa, si cerca un taxi. Prima
di andare alla stazione, si chiede di fare tappa alla
Chiesa del Gesù, cuore di Napoli cristiana.
Nella navata di destra c’è la cappella
dove è sepolto il dott. Giuseppe Moscati, fatto
Santo da Giovanni Paolo il Grande, reso celebre a
tutti, in una riuscitissima recente fiction Rai con
Beppe Fiorello. Siamo molto devoti a questo Santo
degli umili e dei disperati, che sacrificò
tutto, carriera, affetti e anche la vita per curare
la Sua gente i Suoi malati. Personaggi di cui Napoli
avrebbe sempre più bisogno, ma dei quali non
c’è più traccia perlomeno che
si sappia.
L’autista del taxi è un giovane come
si dice “per bene”, curato, estroverso,
con quell’accento non fastidioso, che ti fa
tornare alla mente vecchie ma sempre vive cantilene,
rassicuranti e icastiche, infine risapute. Solo che
la cantilena e il dialogare, fitto, quasi compulsivo,
racchiude un messaggio e un memento disperato. “Dottò
, io me ne vado, lavoro altri tre o quattro anni risparmio
e poi me ne vado in Brasile”. Siamo tre amici
e siamo già d’accordo”. “
Ce ne andiamo .Questa città non ha futuro!
Noi giovani non vediamo una strada. Questa nostra
Napoli, che pur amiamo, è in mano alla criminalità,
alla rassegnazione, al degrado”. “Secondo
noi tre, anche l’Italia stessa, è ormai
un Paese da “secondo mondo”, ci specchiamo
frustati nella ricchezza degli altri e intanto il
tempo passa senza speranza”. Gli diciamo, col
pudore e la vetustà della retorica, “Ma
come, si è sempre detto che la forza di Napoli
è la sua gente, l’amore, la voglia di
vivere. “Vedrai adesso cambierà, finalmente
si tornerà a credere nel futuro” e argomentiamo
rassicurazioni e certezze che in fondo sono anche
un po’ metodici dubbi, infine ripetuti. I giovani
vanno sempre incoraggiati, loro ci devono credere,
sennò tutto è finito. Niente da fare:
“Dottò, io me ne vado”. Alla stazione
lo salutiamo, buona fortuna, comunque vada, comunque
tu scelga! Andreotti, ci diceva sempre dell’importanza
dei tassisti. “Non ve li fate nemici, fanno
opinione”. Grande verità, se si pensa
solo al ballottaggio Alemanno-Rutelli, ma anche se
si pensa alla presentazione delle città, del
Paese. Ma se il tassista è soprattutto un giovane
di venticinque anni così pessimista, il discorso
non può non allargarsi, non divenire generazionale,
il primo dei problemi, quello escatologico.
Se in questo Paese non ci crede più nessuno,
dove andremo a finire? Ci sarà un ricambio
lento ma inesorabile, gli italiani che se ne vanno,
con gli stranieri che ci sostituiscono!? Perché,
anche nelle imprese, silentemente, ma sempre più
frequentemente, si delocalizza e anche per questo,
anche se non si dice, non si cresce più. E’
un epoca post moderna, post strutturalista, sembra
tutto già visto, già scritto, già
pensato. Dove abbiamo sbagliato? Dove hanno sbagliato
quelli prima di noi? Forse in niente, forse è
una fase così. Possiamo diventare tutti dei
personaggi cechoviani da “Giardino dei ciliegi”
con qualche struggente FIRS che, romanticamente, disinteressatamente
difende lo spazio e le memorie gloriose? Ma Cechov
sapeva penetrare acutamente la psicologia dei personaggi,
capirne le inquietudini, l’inettitudine come
metafora dell’esistenza, i personaggi come sfondo,
la Fede come antitodo. Ma i tassisti non sono artigiani?
Allora non è finita, gli artigiani non tradiscono,
uno se ne va cento ne arriveranno. E la fede? Speriamo,
ma “damose da fà e volemose bene”.
Chi lo disse , per la verità, disse pure “semo
romani”, ma intendeva tutto il popolo di Dio.
LA DISFATTA DI NAPOLI
PERCHE' IL SUD E' SENZA VOCE
[Corriere della Sera del 29 maggio 2008]
«Da capitale a prefettura»: con questa
battuta del ministro Tremonti il direttore del Corriere
del Mezzogiorno, Marco Demarco, ha titolato un suo
editoriale di qualche giorno fa, riassumendo così
in quattro parole il declino storico di Napoli, travolta
dalla tragedia dei rifiuti e in pratica commissariata
dal governo nazionale. Un declino a conferma del quale
si può aggiungere un altro episodio, di portata
certo assai minore ma, per chi conosce un pò
di storia, di un valore simbolico pari se non addirittura
maggiore rispetto alla vicenda dell' immondizia. E
cioè che oggi è sì al governo,
in qualità di sottosegretario, un erede della
vecchia classe politica del centrosinistra che dominò
Napoli negli anni ' 70 e ' 80, Vincenzo Scotti (l'
unico: tutti gli altri intristiscono in una grigia
irrilevanza), ma lo è solo perché «in
quota Lombardo», come si dice, vale a dire unicamente
perché sponsorizzato da quello che ormai è
il vero e proprio viceré della Sicilia e un
protagonista di prima fila della scena nazionale.
Dunque Napoli messa sotto tutela non solo da Roma,
e passi, ma costretta addirittura a rifugiarsi sotto
l' ala protettrice di Palermo, sua antica rivale di
sempre. Per il «rinascimento napoletano»
sognato da Bassolino non si potrebbe immaginare epilogo
più triste e paradossale. A ben vedere, però,
insieme a Napoli è tutto il Mezzogiorno continentale
- le due Isole, si sa, sono state sempre una cosa
diversa - a far registrare da anni la propria assenza
dal novero dei protagonisti della vita politica italiana,
in non casuale concomitanza con la propria scomparsa
dall' agenda politica del Paese. Quello che viviamo,
si sa, è il tempo della «questione settentrionale».
Per la «questione meridionale» non c'
è più spazio, non se ne sente più
parlare da anni. E una volta scomparsa quella, sembrano
aver perduto la propria voce pure il Meridione e i
suoi gruppi dirigenti (politici e non) ridotti a contare
sempre di meno. Perché le cose sono andate
così? Non è facile dirlo, ma si può
forse stabilire il punto di svolta. Fu tra la fine
degli anni ' 80 e l' inizio dei ' 90, quando agli
occhi degli italiani l' immagine del Mezzogiorno cessò
d' identificarsi con quella di una miseria antica,
e divenne quella del crimine organizzato. Fosse a
causa del vasto malaffare campano legato al terremoto
in Irpinia, fosse per effetto dello stragismo mafioso
culminato nell' eliminazione di Lima, Falcone e Borsellino,
fosse per la presenza negli ultimi governi Dc-Psi
di un nugolo di ministri meridionali campioni di un
clientelismo arrogante e dissipatore, sta di fatto
che a un certo punto il Paese si convinse che nel
Sud non era questione di soldi ma di altro. Il guaio
è, però, che in una democrazia i soldi
sono inevitabilmente il riassunto di tutti o quasi
gli strumenti di governo a disposizione. Un regime
democratico è portato sempre a credere che
a risolvere ogni problema basti un' iniezione di denari;
e ancora di più lo credono naturalmente i politici
i quali quei soldi sono incaricati poi di spendere.
Ma se il Mezzogiorno dimostra qualcosa è che
i soldi, nel suo caso, non sono (non erano) affatto
tutto: che contano forse anche di più la correttezza
e la capacità amministrativa, la cultura civica,
il senso della legalità e dello Stato, lo spirito
d' iniziativa. Di tutto questo si convinse alla fine
degli anni ' 80-inizio ' 90 l' opinione pubblica italiana.
E decise perciò di smettere di rovesciare sul
Sud il fiume di soldi che vi aveva rovesciato fino
allora: in qualche modo di chiederne conto, anzi.
Oggi ci appare abbastanza chiaro che la chiusura della
Cassa del Mezzogiorno (1984), segnando l' inizio della
fine delle grandi politiche di sostegno al cosiddetto
sviluppo dell' Italia meridionale, ha segnato, al
tempo stesso, pure l' inizio della fine del ruolo
politico nazionale del Mezzogiorno stesso. Il fatto
è che per decenni le sue classi dirigenti hanno
tratto proprio dalla centralità ideologico-culturale
della questione meridionale l' essenza del proprio
profilo e del proprio ruolo politico sulla scena nazionale.
Mentre la lotta per ottenere le conseguenti erogazioni
di fondi e i modi di spenderli hanno definito in modo
decisivo il cuore della loro funzione, nonché
il trait-d' -union, tra il loro ruolo locale e quello
romano. Agli inizi degli anni ' 90, si diceva, tutto
ciò è però venuto meno. Con la
fine della cosiddetta Prima Repubblica il Sud si è
trovato in certo senso politicamente nudo e si è
accinto a uscire di scena. Le sue classi dirigenti
avrebbero dovuto capire che, finita la «questione
meridionale», restava loro forse una sola via
per continuare a svolgere un ruolo realmente nazionale:
e cioè prendere con forza la guida di una grande
battaglia per la legge e l' ordine. La via della richiesta,
non di più soldi, ma di più Stato: non
lo Stato keynesiano bensì quello del monopolio
della forza da invocare, magari, contro la propria
stessa società. Ma era difficile trovare qualcuno
con il coraggio per una simile scommessa; e infatti
non si è trovato. A quel punto è stato
giocoforza prendere atto che mentre il Nord aveva
bene o male una sua idea d' Italia, una sua idea di
dove il Paese dovesse andare, il Sud era mille miglia
lontano dal potere o saper fare altrettanto. E si
è visto anche - non a caso contemporaneamente
- che l' ambizione dell' Italia settentrionale a svolgere
un ruolo egemonico era capace di dotarsi degli strumenti
politici adeguati. La Lega Nord e Forza Italia sono
stati per l' appunto questi strumenti; mentre l' antica
vocazione delle classi dirigenti siciliane, risalente
al momento stesso dell' Unità, al 1860, a bypassare
Napoli e il Mezzogiorno per mettersi direttamente
d' accordo con l' Italia settentrionale, scriveva
ora una nuova pagina all' insegna, questa volta, del
comune orientamento a destra. La Napoli di oggi, sommersa
dai rifiuti, decapitata politicamente, muta intellettualmente
e incontrastata terra di caccia della camorra, è
il simbolo di questo Sud assente, corpo ormai lontano
da un' Italia lontana.(SEGUEDAPRIMA(/SEGUEDAPRIMA
Galli Della Loggia Ern