CONVERGENZE DI RICONOSCENZA
Per esemplificare la Sua preveggente
tesi politico-sociale, del cosiddetto compromesso
storico, Aldo Moro, in uno dei suoi discorsi, coniò
l’ossimoro delle “convergenze parallele”.
Per questa definizione, geometricamente suggestiva,
ma logicamente improbabile, fu irriso e schernito,
nell’ambito di quelle valutazioni, che l’accusavano
di un linguaggio eccessivamente ermetico, pur in uno
stile indubbiamente alto.
A distanza di trenta anni dalla sua morte, vogliamo
usare proprio il termine convergenza, per richiamare
ed evocare la riconoscenza che il Paese gli deve e
che da più parti è stata manifestata
alla Sua memoria.
Ho letto che, recentemente, in un liceo di Milano,
a un professore che gli chiedeva chi fosse Moro, uno
studente , abbia risposto:” Non so, credo sia
un cantante. O no?” Non ci scandalizziamo più
di tanto, anche se liceale, quel ragazzo fa pur sempre
parte di quella che, un importante sociologo ha definito
la generazione fluida, che prende forma così
come fa l’acqua nel contenitore che la racchiude;
anche se non tutti, per fortuna sono così.
E non è neanche vero, che anche noi nel ’78
non sapessimo chi fossero Parri o Terracini o Sturzo
tanto più, quelli di noi, che facevano il liceo.
E’ vero però che piaccia o non piaccia
tutto cancella tutto e tutto va la dove tutto va.
Ma, diciamo laicamente, Moro per favore non lo dimenticate,
a dovuta distanza, dopo De Gasperi, merita la memoria
nel Pantheon di questa nostra, comunque, affermata
democrazia. I giovani di allora con il Suo calvario,
ricevettero uno shock che gli fece capire che l’Italia
era in pericolo e in molti ritrovammo dignità
e consapevolezza e accettammo pur senza comprenderla,
anzi provando orrore e rifiuto quella visione tragica,
sofoclea, del servizio e della vita, che i migliori
volenti o nolenti debbono assumere, debbono forse
involontariamente ma comprensivamente incarnare, anche
se qualcuno può cadere, perché c’è
crudele la catarsi da martirio e “panta rei”.
La tragedia, nasce sempre dal conflitto tra la volontà
e il destino, Nemesi blocca l’ardire, soprattutto
quando i personaggi vogliono precorrere i tempi o
vogliono cambiare troppo le tradizioni. Come quando
le Moire impediscono, anche agli Dei, di salvare gli
eroi sul campo di battaglia, perché il destino
sia rispettato. Capire infine che l’uomo è
poca cosa.
I patetici carnefici di Moro, sono quasi tutti vivi,
rilasciano interviste e alcuni hanno visto i loro
pamphlet avere dei successi editoriali. Paradosso
grottesco, macabro, di quel surrichiamato destino.
Lui giace in una piccolissima tomba, di Torrita Tiberina,
non come De Gasperi in un monumentale sarcofago a
San Lorenzo, che se vuoi puoi omaggiare, conosciuto
e sempre coperto di fiori e alloro com’è.
Ma quella piccola tomba rappresenta una enorme basilica
consacrata, sopra l’essere, sopra il tempo,
sopra tutti noi e la nostra vita a ricordarci chi
eravamo, a ricordarci che la vita è sacra e
si deve sempre salvare, a qualsiasi costo non si sacrifica.
E mi viene in mente un’aula affollata facoltà
di Scienze Politiche Università “La Sapienza”
lezione di procedura penale, con il grande maresciallo
Leonardi che aspetta fuori. Lui, il Professore, che
dice: “Voi non avete molto impegno in questo
momento, ma vedrete che vi verrà, vedrete vi
verrà!…” Quando seppi che era stato
ucciso, con la rabbia mi venne voglia di impegno e
come se mi venne e chissenefrega della paura.
Come se salissimo il limitar di gioventù.