DAL “CORRIERE DELLA SERA”
Lunedì 28 maggio ’07
Patti, sanatorie e criminalità straniera
L’INSICUREZZA QUOTIDIANA
di Alberto Ronchey
Una vasta risonanza mediatica s’è avuta
sui patti del ministero degli Interni con i sindaci
di Roma, Milano e altre grandi città, per la
sicurezza pubblica. Si tratta di contrastare le “ondate
di reati predatori” furti o rapine, e di affrontare
le “sacche urbane d’illegalità”,
traffici di droga, insediamenti abusivi, risse notturne,
bande di teppisti armati.
Quei patti, s’intende, avranno scarsa efficacia
se gli organici della polizia saranno ancora insufficienti
e se i vigili municipali non basteranno per gli annunciati
controlli di quartiere.
Risonanza non minore aveva suscitato già la
notizia, trasmessa dal Viminale a Montecitorio, secondo
la quale 36,5 su cento reati commessi nel 2006 sarebbero
imputabili a residenti stranieri. Ossia in larga misura
immigrati, ultima stima 4 milioni, al 19,4 per cento
clandestini o fuori legge. Dinanzi a simili dati,
non avrebbe certo senso l’insorgere di una generale
xenofobia. Ma nemmeno sarà una consolazione
sociologica ricordare che la criminalità micro
e macro è già largamente diffusa tra
la popolazione italiana, mafie o camorre comprese.
Anzi proprio per questo motivo è dissennato
importare altre illegalità.
Non tutte le nazionalità d’immigrati,
é da chiarire, figurano tra quelle dei più
frequenti accusati. Quasi mai filippini e polacchi.
Secondo le cronache, invece, vengono spesso accusati
nomadi, rumeni, albanesi, magrebini e altri africani.
Molte voci solidaristiche si levano a loro tutela
, ma rimane una constatazione di fatto, senza il minimo
intendimento xenofobo e discriminatorio. I fermi di
polizia in flagrante si moltiplicano, i tribunali
risultano allo stremo. Che fare, allora, “in
nome della legge”? Ora si discute in particolare
sul caso dei nomadi, che affollano le periferie. A
Roma s’è deciso di ospitare in “quattro
villaggi della solidarietà” quattromila
nomadi. Ma ce ne sono ancora diecimila o più
nei campi lungo le rive del Tevere o dell’Aniene,
che il Prefetto assiduamente visita, descrivendo poi
con apprensione i loro costumi per concludere che
teme l’insofferenza della gente intorno fino
a un razzismo incontrollabile. Nello stesso tempo,
Torino predispone il “numero chiuso” per
i nomadi, non più ingressi nei campi abusivi
e in quelli regolari ormai sovraffollati.
E’ diverso il caso dei cinesi a Milano, quella
monoetnica e ingombrante Chinatown, con le sue invadenti
e frenetiche attività commerciali, non senza
intemperanze rissose. Da Via Sarpi e dintorni, almeno
i grossisti dovrebbero traslocare dov’erano
gli stabilimenti Alfa Romeo. Ma il progetto è
osteggiato dai sindaci di Arese , Garbagnate, Lainate,
Rho, a parte la disponibilità degli interessati
messa in forse dai rappresentanti cinesi. Il fenomeno
più inquietante, almeno in prospettiva, rimane
tuttavia l’immigrazione africana. Premesso che
inevitabilmente si dovrà tentare tutto il possibile
per assistere con soccorsi e investimenti quel tragico
continente, non si può ignorare la questione
demografica e ancora eludere i limiti sostenibili
dei flussi migratori. La popolazione dell’Africa
oggi viene stimata in 877 milioni, che un secolo fa
risultavano 170. E’ non solo irragionevole,
ma ingannevole, ignorare che le sanatorie delle migrazioni
clandestine attraverso il Mediterraneo sollecitano
altre ondate di moltitudini alla ricerca d’una
sussistenza con qualsiasi mezzo. Fino a quando?