La questione meridionale

Recentemente la Confindustria ,meritoriamente, ha organizzato a Palermo un importante ed interessante Convegno sul Mezzogiorno ,così in altri contesti culturali e istituzionali e certamente in ambito governativo, si discute sulla ormai ultrasecolare questione meridionale. Noi, che conosciamo abbastanza bene per estrazione, cultura , passione e professione il Mezzogiorno, pur senza la qualificazione di altri , proviamo a dire la nostra.
Sono passati quasi centocinquant'anni dall'Unità di Italia, ma siamo ancora alla questione meridionale.
E' inutile ricordare come prima dell'unificazione , il regno delle due Sicilie fosse uno degli stati europei più ricchi e che alle sue risorse si sia attinto impoverendolo e depauperandolo irrimediabilmente e indefinitamente .
Bene, comunque, ha fatto l'ambasciatore Sergio Romano sul Corriere della Sera a ricordare il viaggio di Giuseppe Zanardelli in Basilicata nel settembre di un secolo fa e l'interesse e l'impegno di ogni politico meridionale di spicco da Crispi a Salandra , Orlando , Nitti , Scelba, Leone, Moro etc. Tutto questo non ha risolto i problemi , anzi , spesso questi (i problemi) non per colpa degli interventi, ma per incapacità di trovare soluzioni, sono aumentati.
Le soluzioni tentate del resto sono state ispirate da criteri e strategie diverse ma sbagliate, dal colonialismo di Crispi e Mussolini, che tentava di creare artificialmente un sud del sud, alla riforma agraria anacronistica in epoca di regresso fisiocratico e di accentuata industrializzazione , alla Cassa del Mezzogiorno e provvidenze varie comunitarie o straordinarie , che sempre rifacendosi a Romano , hanno prodotto più notabili che imprenditori, più clientele che maestranze , più criminalità che prosperità.
Tutto questo mentre in altre nazioni i vari "sud" cambiavano registro(Irlanda , Galles, , Florida, Georgia , Francia sud ovest e ora parte della Spagna).
Mi sembra, che dal Convegno di Palermo, sia uscita seppur sottaciuta, mormorata e diversificata, ancora una volta l'idea delle cosiddette "gabbie salariali" e con essa la considerazione sull'ostilità del sindacato a diversificare regole, regolamenti e discipline da area geografica ad area geografica per motivi ( così mi sembra si sia pensato) soprattutto corporativi e cioè tenere i contratti sotto controllo a livello nazionale.
Come dire, tanto problema, tanto Convegno, ma nonostante gli sforzi non c'è l'idea. Noi non siamo corporativi , sempre che i sindacati lo siano. E poi, tutto sommato, non è vero che non siamo d'accordo con i salari differenziati. Ma le soluzioni alla questione meridionale a nostro parere sono ben altre.
Sull'articolo 18 CASARTIGIANI , pur con le tante spinte che consigliavano, visto anche il contendere poco attinente alla categoria, è stata lealmente dalla parte dell'obiettiva e giusta valutazione dell'interesse dell'economia italiana e cioè sul fatto , che bene ha fatto il Governo a prendere quella posizione, anche con la differenziazione per il Mezzogiorno, per il sommerso e i contratti di formazione. Così vogliamo ora che obiettivamente si capisca cosa è veramente utile al Mezzogiorno.
Siamo già in epoca post industriale per pensare che nel Mezzogiorno i problemi si risolvono solo con le "gabbie salariali".
A meno che ancora una volta il meridione non sia considerato un mezzo e un laboratorio un fine. E neanche in questo caso andrebbe bene, perché un piano regolatore dell'industria, il dirigismo in una economia liberale è una contraddizione in termini. L'imprenditore è libero di scegliere ed in un ambito di Europa unita, le "chances" sono molteplici e non possono essere ne dirette ne tantomeno coercite e neppure si può invogliare la spontaneità.
I problemi del Mezzogiorno, a nostro parere, si risolvono con un piano quinquennale e tenendo conto e partendo da quello che è e non invece da quello che dovrebbe essere.
Il nostro meridione, è soprattutto artigianato di servizio e di tradizione, impresa familiare, micro impresa, turismo e tipicità produttiva e questi aspetti vanno valorizzati, molto, al di là di quanto spontaneamente, genialmente hanno saputo fare fin qui, adesso anche con la new economy, che al nord è già divenuta net economy . La cultura imprenditoriale va instillata, ma partendo dal possibile e cioè dai nostri mestieri tradizionali. Il concetto federalista, che fa seguito alla scelta del criterio dei localismi, ormai non lascia scelta , è necessario gestire e sviluppare le peculiarità.
Non si invogliano, certo, gli imprenditori del nord con i salari differenziati. Gli stessi imprenditori sono già attratti dal fenomeno della "parcellizzazione", come può spiegare il nostro amico Mignone in Piemonte, e cioè della divisione della grande impresa in tante medie e piccole aziende e se si pensa proprio di decentrare, con l'Europa unita , ancor più quando ci saranno altri Paesi come quelli dell'est , gli itinerari saranno diversi da quelli del nostro sud. E non credo nemmeno ai suggestivi scenari mediorientali del "mare nostrum" e tutta la "retorica" del mediterraneo. Dobbiamo tenerci ben stretto il talento dei nostri imprenditori, libero di dispiegarsi dove crede meglio. E' ancor più oggi l'imprenditore il soggetto e non l'impresa.
Il Mezzogiorno deve farcela con le sue risorse, ma lo Stato deve fare molto in un piano programmatico ne di provvidenza (anche perché è dimostrato che non sappiamo usare neppure quelle comunitarie) ne di diversificazione delle regole o comunque fatele pure ma non risolve. Si deve invece assolutamente creare (non solo rimodernare) una rete di infrastrutture, che non c'è o perlomeno non c'è per un Paese del livello del nostro (ci siamo stancati anche di parlare di project financing, anche perché evidentemente ci sono i progetti, ma non c'è la finanza), si deve lottare veramente contro il degrado anche culturale ( e qui possono dare una mano i media) e soprattutto contro una criminalità delle quale veramente non se ne può più . E' vero, che in questo caso il rimedio non è solo repressivo, ma anche culturale e sociale, ma qualche idea deve venire prima che l'ambiente sia invivibile e guardiamo con molto interesse alle iniziative di Mantovano di cui ad un'altra pagina.
Ci vuole un piano di credito agevolato alle idee ed ai progetti (noi ci stiamo provando con Artigiancassa BNL) e soprattutto la riforma fiscale , che va bene al nord come al centro come al sud ed è irrinunciabile, perché ora è un vero e proprio freno a mano all'economia. Queste poche regolette (che sono, comunque, più facile a dirsi che a farsi) risolverebbero molto con il nostro settore a tirare le fila, anche se per i grandi centri e penso a Napoli , Bari , Reggio , Palermo, Catania bisognerà fare qualcosa di più che affidarsi all'artigianato, al turismo ed alle riforme.
Ma qui interviene anche l'iniziativa ormai preminente dagli enti locali per favorire un diversificato impegno lavorativo , imprenditoriale e professionale meglio distribuibile nella regione e nella provincia , che in grandi agglomerati dove tutto diventa più difficile. E' anche questo del resto uno dei segreti del recente salto di qualità di Roma il suo allargamento imprenditoriale nel contesto provinciale e regionale. Roma è ormai città regione che spinge le sue propaggini economiche a nord fino all'Umbria , alla Toscana ed alle Marche e a sud fino a Latina e in parte degli Abruzzi.
Forse, è anche vero , il Mezzogiorno è terra di poeti e come si sa "Carmina non dant panem" , mentre il settentrione è terra di imprenditori e contro la natura non si và pensando di invertire le vocazioni. Ma attenzione non si va neanche contro la storia, nella fattispecie la nostra storia. E la storia del mezzogiorno è quella della dignità e della cultura delle proprie peculiarità e non quella di una improbabile imitazione di altre realtà o peggio un'eterna "serie B" racchiusa in un complesso atavico di inferiorità. Questo governo che ha avuto la fiducia di tanti piccolissimi imprenditori deve e può assolutamente invertire una rotta , sostenga l'industria nazionale (anche perché è un patrimonio per tutti) , ma valorizzi l'artigianato del e per il quale vivono oltre dieci milioni di italiani.
Cominceremmo a valutare, visto che la colpa non può essere sempre dei politici, viceversa, un difetto di rappresentanza, una difficoltà alla rappresentazione oggettiva , anche perché la categoria è troppo soggettiva, ma su questo aspetto storico così importante ci torneremo.