L’ARTIGIANO DI PIRANDELLO


Faceva caldo a Roma quel 9 luglio dell 1917, le notizie sul fronte non erano buone, lo “stallo” continuava anche se la notte del 24 ottobre (quella di Caporetto) era ancora lontana . Antonietta aveva avuto delle altre crisi, ma Pirandello volle andare al Teatro Nazionale, proprio davanti al Viminale dove andava in scena la “prima” de’ “La Giara” pubblicata proprio quell’anno nella raccolta novelle dopo essere stata composta nel 1906 .
Il giorno dopo sarebbe andata in scena, invece, “Pensaci, Giacomino”.
La compagnia del grande Angelo Musco metteva in scena con tutto l’umorismo possibile questo breve adattamento teatrale in un atto unico in cui emergevano i temi più propri dell’autore; l’ambiente siciliano , la distinzione nella validità oggettiva dei punti di vista e il contrasto atavico nella conflittualità. Tutto l’umorismo possibile quindi, uno dei punti cardine della dispiegata tematica Pirandelliana, insieme, alla solitudine dell’uomo ed alla Pietà nei suoi confronti , alla disgregazione del mondo e dell’io oggettivo , alla instabilità dei rapporti sociali ed agli inganni della coscienza, alla illusorietà degli ideali. Del resto, lo scrittore di Girgenti aveva spiegato in un saggio cos’era per lui l’umorismo .
Diverso dal comico, che definiva l’avvertimento del contrario . Se vedo una vecchia signora con i capelli orribilmente tinti e tutta imbellettata e conciata con abiti giovanili avverto il contrario di come deve essere una signora rispettabile e rido (Pirandello se vivesse adesso riderebbe molto tra lifting, protesi al silicone, extension e quant’altro, n.d.r.) .
Ma, se penso che quella vecchia signora si cambia, pateticamente così, per disperatamente cercare di trattenere a se un marito molto più giovane subentra la compassione con un sentimento e non un avvertimento del contrario, che fa sorridere ironicamente, con amarezza .
Nell’umorismo c’è la valutazione della comune debolezza umana che è di tutti ineluttabilmente per quanto possa essere posposta allontanata nel tempo, prima o poi è di tutti.
Questo comune tragico destino cui è lecito anzi doveroso se pur patetico tentare di opporsi, ironia a parte .
Dunque nel Foyer grande accoglienza, al futuro Nobel per la letteratura , con tanti notabili siciliani, “A Giarra” (titolo originale) sta per andare in scena in lingua siciliana o meglio in dialetto agrigentino .
La storia è presto detta : Don Lolò Zirafa è un possidente ricco e spilorcio, attaccatissimo alla sua roba (ricorre un concetto Verghiano e realista verista della prima fase Pirandelliana ) Don Lolò vede pericoli dappertutto e spesso è in causa, con il suo avvocato Scimè, sempre sul punto di non sopportarlo più . Don Lolò Zirafa acquista un grossa giara per conservare l’olio nuovo, ma non si sa perché una mattina la giara viene trovata rotta, ma non in tanti pezzi, ma esattamente spaccata in due . Il mastro monta su tutte le furie e cerca una soluzione e qui entra in scena il nostro eroe Zì Dima, un artigiano conciabrocche, che si vanta di avere inventato una colla straordinaria, miracolosa . Con quel mastice, la giara, tornerà come nuova.
Inutile dire che il nostro personaggio è archetipo degli artigiani di tutte le epoche: i loro lavori sono unici la loro arte inimitabile , la certezza nelle proprie convinzioni indistruttibile . E’ grazie a questa nostra gente e alla loro cocciutaggine se ancora siamo una Nazione economicamente progredita . Da questo scontro titanico tra Lolò e Dima inizia il paradossale contrasto e il dramma sfumato ma anche la farsa . Zirafa non si fida della colla vuole che l’artigiano applichi anche dei punti di fildiferro . Gli artigiani si sa sono permalosi ( come un po’ tutti ) e Zì Dima Licasi si offende quando vede la sua invenzione sottovalutata . Ma il padrone non sente ragione e Zì Dima per riparare bene la Giara, con questo maledetto fildiferro, si piazza all’interno per lavorare meglio senza rendersi conto, che il contenitore ha un collo troppo stretto e che lui finita la riparazione ne rimarrà prigioniero.
Grande, commovente, metafora di ogni volta nella vita in cui ognuno rimane prigioniero di un qualcosa, sentimento, scelta, opinione, comportamento, buone azioni volontarie o involontarie che ha portato avanti senza rendersi conto della conseguenze, della “prigione” che possono rappresentare.
Entrano o sono entrati in scena vari personaggi: ‘Mpari Pè, i contadini Tararà e Fillico, Le contadine La ‘gna Tana, Trisuzza e Carminella e Nociarello un bambino di undici anni contadino forse molto più maturo della sua età.
La scena con Zì Dima chiuso nella brocca diventa ironica, ma diciamo la verità anche un po’ comica e la gente ride di gusto.
Come uscire dalla situazione? Tra i due personaggi nasce una lite, anzi, la lite: l’artigiano vuole essere pagato , Zirafa però pagherebbe pure se non altro per non avere conseguenze, ma vuole un risarcimento per il fatto, che per tirarlo fuori dalla giara, questa dovrà di nuovo essere rotta.
L’avvocato Scimè consiglia Lolò di pagare pena essere accusato di sequestro di persona. Ma il mastro non approva, “è stato o non è stato Zì Dima incauto nel chiudersi nella giara?!” E poi una volta rotta la giara non potrà più essere riparata e di questo a Lui, Lolò, chi lo risarcisce? Ma l’artigiano non da meno sostiene, che le sue manovre errate, sono dovute al fatto che il commissionante non si è fidato della sua miracolosa colla, che avrebbe riparato benissimo la brocca, senza filo di ferro. Nessun risarcimento quindi da parte di Zì Dima che preferisce rimanere dentro la brocca dove, secondo lui, artigiano cocciuto orgoglioso si trova benissimo.
La notte passa tra canti balli e luminarie dei contadini cui Dima ha fatto dare i soldi avuti da Lolò e tramutati presto in cibarie.
Altra grande metafora della generosità e dell’indifferenza. Il mondo apparentemente canta e balla mentre tu sei prigioniero di te stesso o di altri, tanto vale sostenere questi balli e intonare questi canti. Il braccio di ferro non dura ancora a lungo perché Zirafa esasperato molla un violentissimo calcio alla giara, che si rompe in tanti pezzi liberando seppur involontariamente Zi Dima, che così ha la partita vinta determinando il suo successo. Ancora una volta l’artigiano ha vinto. Quante volte un fatto imprevisto ci libera dalle nostre costrizioni ? Tutti abbiamo bisogno degli altri, nessuno può fare da solo. In questo caso Lolò e Zì Dima sono debitori e nello stesso tempo creditori l’uno dell’altro ma nessuno si vuole muovere dalle sue posizioni una sorta di aporia, di stallo, di estremo paradosso dove vince il più dignitoso, ma a volte solo per puro caso.
Tornava a casa Pirandello figlio del Caos (dal nome del posto in cui era nato) e pensava alle “maschere”, dei personaggi mentre un temporale estivo aveva reso più umida l’aria. Quale “maschera” il caso aveva predeterminato per lui qual’era la sua parte? E gli avvenimenti quanto avevano inciso. Aveva cinquant’anni ma ne aveva vissuti molti di più se non altro perché dormiva solo tre ore per notte (se andava bene): I problemi psichici di Antonietta sua moglie lo logoravano. Il pieno successo non era ancora arrivato. Conveniva accettare la “maschera” passivamente o pur non volendola subire cercare di trarre qualche vantaggio oppure ancora rifugiarsi nella pazzia come l’idea dell’Enrico IV gli già gli germinava in ispirazione?!
Roma post Umbertina dell’Art Noveau e dei Landò la sera, restituiva bagliori di incanto, mentre al fronte si moriva. Sul percorso del ritorno a Piazza Esedra, le Naiadi della Fontana godevano dello zampillio effervescente, in questa inesplicabile solitudine, in questo inestricabile Caos senza speranza di questo disperato e illusorio mondo oggettivo. Nel 34 Pirandello fu insignito del Nobel con questa motivazione: “Per il suo coraggio e l’ingegnosa rappresentazione dell’arte drammatica e teatrale” Il mastice di Zì Dima aveva incollato la disgregazione.