IL
REMAIOLO DI PONTE VECCHIO
(Firenze 4 novembre 1966)Pioveva da una settimana “che
Dio la mandava” su Firenze e “Tuffetto”
così lo chiamavano tutti, non poteva uscire in
barca a dragare l’Arno.”Tuffetto”
(il soprannome gli derivava probabilmente da evoluzioni
acqua acrobatiche in gioventù) era un vecchio
remaiolo sulla “settantina” ormai in pensione,
che non si era rassegnato ad uno stato di inerzia (e
di miseria) e con la sua vecchia e fidata barca faceva
il “recuperatore” di metallo, nel fiume,
per poi rivenderlo. E’ impensabile quanto materiale
recuperasse “Tuffetto”, ma la fatica era
tanta e ci si rimediava poco.
Gli ultimi due giorni, dopo un a bella schiarita, a
Ognissanti, erano stati tremendi, una pioggia ininterrotta
e torrentizia, che con la nevicata sul Casentino e sul
Mugello faceva prevedere ai più esperti, tra
cui “Tuffetto” , che una piena dell’Arno
, fosse inevitabile. Ma da qui a prevedere un’alluvione
e uno straripamento ce ne passava e del resto, mai c’era
memoria viva di un tale accaduto, se non le”targhette”
per ricordare quelle del 333 e del 557.
Di solito, il vecchio remaiolo, stava a Canottieri,
dove custodiva anche tre vecchie barche di colleghi
più giovani , e ancora attivi , ma visto il diluvio
decise, che era il caso di andare a casa. Non sappiamo
dove abitasse, la notizie che abbiamo raccolto sono
contrastanti , la sua figura leggendaria . Adesso comincia
la tragedia e lo perdiamo di vista, ma lo ritroveremo
col ritorno del sole. A mezzanotte, l’Arno comincia
a devastare e tracimare e vengono chiuse le autostrade
e le ferrovie. All’una c’è lo straripamento
alla Lisca e a Signa.
A Firenze ci si rende conto della situazione, sui Lungarni
si guarda il fiume in piena, c’è il Prefetto,
il Sindaco Bargellini, quelli del Genio, giornalisti
, autorità e tanti cittadini. Qualcuno si chiede
se è il caso di far suonare tutte le campane
a stormo, per avvisare del pericolo. Ma la maggioranza
opta per il no , per evitare il panico , perché
si pensa ancora non succeda niente .
Eppure i più vecchi insistono “anche il
diavolo ha paura delle campane”. Suonatele, suonatele,
da S. croce a Santa Maria Novella. Non fu così
purtroppo. La situazione precipita le fognature ingrossano,
le tubature scoppiano, le “Cascine” già
sono allagate; l’eroico Maggiorelli mentre parla
al telefono per avvertire del pericolo, muore per non
lasciare la sorveglianza degli impianti idrici.
Alle quattro, S. Croce è invasa con la Biblioteca;
alle sette il giornale di Firenze la Nazione è
allagato ma ha fatto in tempo a uscire con il titolo
“l’Arno Straripa a Firenze”. Un giornale,
esce comunque e sempre perché vi sia testimonianza!
Alle nove le acque trionfanti e vittoriose, con i loro
macabri trofei, giungono in piazza Duomo e in molte
zone sono arrivate al primo piano delle abitazioni.
Come spesso, ma purtroppo non sempre, succede all’essere
umano, nell’immane difficoltà comincia
la solidarietà e ci si rende conto che siamo
tutti vittima dello stesso tragico destino. La gente
vuole salvare i detenuti delle “Murate”
li accolgono in casa, li sfamano. Uno di loro per ringraziare
una signora, le dice che si sdebiterà “quando
potrà fare un buon colpo”. Ma non si contano
altri comportamenti individuali e collettivi di abnegazione,
di coraggio, di altruismo, di solidarietà e di
vero eroismo, il tutto misto a sarcasmo come è
uso da quelle orgogliose e scettiche parti.
Come quando lì a San Piero a Ponti, si sono salvate
quelle suore, tra lazzi e moccoli per la difficoltà
dell’impresa, mentre le religiose pregavano non
si sa più se per la paura o per quello che imprecavano
i soccorritori. O come quando, un po’ in tutta
Firenze, c’era il soccorso della voce per avvisare
le mamme. Un po’ lamento, un po’ preghiera,
un po’ sberleffo. Quando un ragazzo o più
era rimasto isolato e aveva paura che la mamma fosse
in angoscia, di voce a voce, da piano a piano, irridendo
le acque limacciose e minacciose, si urlava Gianni sta
bene o Lapo sta bene o Guido sta bene, finché
la voce non arrivava alle mamme rassicurate. E’
rimasto uso a Firenze nei quartieri popolari di chiamare
a voce i tanti Gianni, Lapo e Guido della storia, affinché
rassicurino la coscienza di tutti . Come poi non ricordare
i pianti e le urla strazianti di chi raggiunto in alto
Piazzale Michelangelo vide la sua Firenze, questo straordinario
incanto, sommersa dalle acque . Ci si abbracciava come
si fa, sinceramente, quando l’uomo si esalta e
si sublima e per un attimo l’assurdità
del tutto scompare, perché quell’abbraccio
quello straordinario senso di unità, tutto, vince,
insieme .
Venne, anche, l’ora delle recriminazioni aspre
e violente, si poteva avvisare tutti! Alcune guardie
giurate avendo capito avevano avvisato gli orafi di
Ponte vecchio ma non tutti. Già a mezzanotte
avevano potuto salvare molto, quante povere e misere
botteghe artigiane e commerciali avrebbero potuto salvare
le loro cose. Ancora adesso si raccolgono, dai più
vecchi, testimonianze in tal senso, ormai, inutili,
ma vibranti proteste.
Ma anche qui il sarcasmo e l’irridenza fiorentina
ebbero la meglio già da subito. Famosi e riportati
da tutti gli aneddoti delle trattorie, che esposero
i cartelli “oggi specialità in umido”
o quelli che scrissero “ribassi incredibili prezzi
sottacqua”. Ma si raggiunse la grandezza , il
massimo, quando all’Epifania su Ponte Vecchio
fu esposta una enorme calza piena di carbone donata
all’Arno con la dedica “Sei stato molto
cattivo”. A Natale Paolo VI , il Papa della sofferenza
mistica , lo straordinario intellettuale della Fede,
avere preso il pastorale e la sera del 24 celebrato
messa in Duomo a sancire il “ce l’abbiamo
fatta” . C’è un splendida foto di
Paolo VI in S Croce vicino al Crocifisso devastato del
Cimabue , simbolo dello strazio di Firenze . Non lo
vedremo mai più così felice e rinato.
Verranno anni di caduta senza potersi sollevare. Prima
di Lui c’erano stati da ogni parte del mondo “gli
Angeli del fango” una generazione di giovani,
che dette il senso alla sua esistenza arrivando a Firenze,
con ogni mezzo per una immensa gara di soccorso.
Mi sono sempre sentito in colpa di essere troppo piccolo
per non essere anch’io “un Angelo del fango”.
Questi gloriosi ragazzi, che aiutarono a risollevare
Firenze, salvando tutto il salvabile. Si dice che quei
giorni, furono il germe del “Sessantotto”.
Non so se è così e se il ’68 fu
un bene o un male, so che fu la prima generazione che
decise per se stessa , senza che fossero altri a decidere.
Sembrava tutto passato e speriamo che lo sia sempre.
Tutto si era compiuto lasciando una serie di vittime
di dolore di tristezza e anche di speranza. Anche Tuffetto,
che ritroviamo, con il ritorno del Sole, aveva ripreso
a dragare con il suo enorme cucchiaio, in particolare
là sotto Ponte Vecchio, dove forse erano caduti
gli ori dei tanti negozi pare che ogni giorno trovasse
qualcosa per cui valesse la pena di aver fatto l’uscita
in Arno. Ma quello che la gente non capiva, che non
era il vile metallo e quel che potesse valere, a spingere
Tuffetto ancora a tanto impegno, ma la forza e la voglia
di sentirsi vivo , così come aveva fatto tutta
la vita sul fiume, il suo fiume , il fiume di Firenze,
il Fiore d’Italia. Ancora adesso a Firenze ci
si chiede dove sia Tuffetto, anche la sua scomparsa
è avvolta nel mistero. Forse lui è in
ognuno di noi, chi non è remaiolo di se stesso?
Chi non recupera rena e ricostruisce, ricerca nel passato
un amore, una voce, una sensazione, una emozione per
ricominciare in maniera diversa, ma sempre uguale. Marcel
Proust è stato il più grande “remaiolo
dell’anima”. Ma, invece, alcuni, maliziosi,
dicono che “Tuffetto” stia dragando il Lete,
senza averne bevuto l’acqua che fa dimenticare
o l’Acheronte o lo Stige e che la faccia in barba
anche a quel vecchio paranoico di Caronte. Tuffetto
si starà arricchendo perché lì,
come vuole la tradizione, di monete ce ne sono tante.
Ma il suo sogno è tornare a Firenze, sotto Ponte
Vecchio, quando c’è il sole e da Canottieri
e da Santa Maria Soprarno si vede, lassù, il
Piazzale Michelangelo con la copia del David, tra la
luce, che ti fa sentire orgoglioso di ciò che
ha fatto l’Uomo e dimenticare quello che non ha
potuto fare. Chissà forse gli sarà concesso
di tornare e con lui, a tutti noi.
G.B.
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