L’INGOMBRO DELL’IO


Si sentì chiamare e si girò di scatto perché quella voce gli era familiare come quando senti un sapore, un profumo, una musica che ti ricorda di più di quello che sembra, di quello che è come la semplice acqua ricorda il mare al marinaio che non naviga più.
L’amico era lì trenta o quaranta anni dopo ma la fisionomia era quella, lo sguardo fiero, quasi riottoso, ma bonario. E soprattutto gli occhi, lo sguardo, quello non invecchia, non possono cambiare i connotati dell’anima.
Stava accennando un saluto, un abbraccio, quando, l’altro forse spinto dal luogo comune, dannato, in questa epoca egoistica ed egocentrica, cominciò ad elencare da subito i successi della sua esistenza. Io… esordì, io…affermò, io…sostenne, io…disputò, io… concluse e giù tutta una serie effimera ma pur, ben significativa, di conquiste che dovevano rendere di impatto, l’idea, di una vita di successi. Stava pensando al sapore di quei giorni lontani, quando la sera arrivava troppo presto e ancor prima il mattino carico di attese e dei primi crucci.
Pensava a quelle “flatus vocis” lontane, ma presenti nel cuore, che cerchi, stordito, di ricordare, ma non più senti e ti mancano e la loro mancanza ti pervade e un po’ ti uccide.
Pensava al pane mai più caldo come allora, all’acqua della fontana, fresca, che disseta ogni stanchezza, quella che allora non sentivi, ma avevi e che invece adesso avverti, ma combatti orgoglioso, consapevole, solo.
L’amico, fece vedere e mostrò fiero una splendido oggetto non capì bene quale, icona della vanità e lui stereotipo di un personaggio banale, troppo comune, ma, comunque innocente, rivendicò ancora Io…
Capì che non valeva parlare, lo abbracciò e lo salutò a rivederlo tra trenta anni vecchio amico o mai più. Prese la strada con la disperata, di sempre, ansia di salvezza, alla ricerca struggente di giustificazione.

“Mi sono fatto debole con i deboli. Mi sono vantato ben
volentieri delle mie debolezze”
S.Paolo