Voglio anche io sottolineare la novità e
l’importanza di questa manifestazione che, per
la prima volta, vede le cinque Confederazioni delle
PMI del commercio, dell’artigianato, del turismo
e dei servizi sotto l’ombrello dell’unità,
con l’obiettivo di far cambiare profondamente
la legge Finanziaria del prossimo anno.
E’ evidente che qualcuno ha cercato di giocare
sulle nostre presunte divisioni, ha tentato di criminalizzarci
e di colpirci, ma ha fatto male i conti ed ha sottovalutato
che la nostra comune missione di tutela e di crescita
delle PMI viene prima di ogni altro interesse delle
singole associazioni.
Insieme vinceremo questa scommessa e faremo cambiare
profondamente la legge Finanziaria.
Anche noi, come il Presidente del Consiglio, vogliamo
che il nostro Paese cresca di più e l’obiettivo
del 3% indicato potrebbe essere realistico, ma senza
le PMI e con questa Finanziaria rimarrà un
pio desiderio.
Dal Governo e dal Parlamento ci aspettiamo meno pregiudizi
e più determinazione contro chi non paga per
niente tasse e contributi, non emette mai scontrini,
perché opera in modo abusivo e tollerato o
è al servizio di gruppi illegali e di criminalità
organizzata.
Il Governo vuole un maggior gettito? Allora colpisca
gli evasori totali, l’illegalità, l’abusivismo,
il sommerso ed il lavoro nero. Colpisca l’economia
criminale, impedisca abusi, sprechi e disfunzioni
perpetrati con risorse pubbliche.
Qual è il senso dei nostri corsi di formazione,
delle norme sulla sicurezza e di tutte quelle rigidità
scaricate sulle imprese, in nome della garanzia e
della sicurezza dei consumatori, se poi, fuori dai
negozi, dalle botteghe, dalle strutture turistiche,
succede di tutto, nell’indifferenza generale?
Noi, invece, siamo quelli che le regole le rispettano,
quelli che hanno accettato gli studi di settore ed
hanno favorito il loro aggiornamento, con un conseguente
e decisivo aumento del gettito per le casse dello
Stato.
E mentre gli abusivi continuano indisturbati a svolgere
la loro attività illegale, mentre le società
di capitale continuano senza fastidi a dichiarare
redditi nulli o in perdita, mentre si perpetua imperturbabile
la cultura dello spreco e dell’illegalità,
il male dell’Italia diventano le PMI che le
tasse le pagano, proprio attraverso gli studi di settore.
Da vanto, da simbolo della laboriosità e dell’ingegnosità
del nostro Paese, tutto ad un tratto siamo diventati
la palla al piede da scaricare e da spolpare.
No cari signori, noi non ci stiamo, non vogliamo medaglie,
ma nemmeno croci, vogliamo soltanto fare il nostro
lavoro, far crescere le nostre imprese, creare occupazione
e benessere per questo nostro Paese dove amiamo vivere
e lavorare.
Lo abbiamo sempre fatto con le nostre sole forze,
con scarse risorse pubbliche e tanti ostacoli burocratici,
con difficoltà di accesso al credito bancario
e con tanti criminali pronti ad approfittare delle
nostre difficoltà.
Permettetemi di indirizzare un saluto ed un’espressione
di solidarietà ai colleghi di Lamezia Terme
e di Napoli, colpiti pesantemente dal ricatto mafioso,
che alla pesante tassa del racket aggiunge le bombe
ed un totale controllo del territorio.
Il mio compito, nella divisione degli argomenti da
trattare da parte dei cinque Presidenti, è
quello di spiegare cosa vogliamo e cosa proponiamo.
La prima richiesta che rivolgo al Governo, al Parlamento,
alle autorità regionali e locali è che
vogliamo innanzitutto rispetto. Vogliamo chiarezza
e verità. Vogliamo che si riconosca una volta
per tutte il ruolo centrale che le PMI svolgono per
la crescita del Paese, per l’occupazione ed
anche per le casse dello Stato.
Non a parole, ma con atti concreti.
Riconoscete che senza le PMI, senza quella vivacità
e vitalità che deriva dalla presenza di artigiani,
di commercianti e di altre piccole e medie imprese,
le città muoiono, diventano dormitori, più
o meno ricchi d’arte e di cultura. Evitate,
anche a livello locale e regionale, di infliggerci
altri salassi che frenano gli investimenti e la competitività.
Solo così la nostra economia, caratterizzata
dai distretti e dai centri urbani, eviterà
pesanti passi indietro.
Proprio per questo non possiamo consentirvi di spegnere
l’interruttore dell’apprendistato. Quel
flusso continuo di nuove professionalità garantito
da questo istituto è la linfa vitale del Paese
ed è assurdo che a qualcuno venga in mente
di interrompere questo apporto. Così come non
vi possiamo consentire di creare apprendisti di serie
A e di serie B.
La voglia di fare impresa, nel nostro Paese è
alta, ma dobbiamo evitare che prevalga il convincimento
che basta avere poche risorse ed uno scampolo di professionalità
per avviare un’attività.
Già oggi le difficoltà ed i risultati
sono visibili e sconfortanti. Nel giro di 6 anni il
40% delle nuove PMI chiudono.
Purtroppo, nel tentativo di sopravvivere, una parte
di queste approda nelle mani degli usurai, avviando
un calvario che quando va bene finisce con la chiusura
e con la perdita dei risparmi di una vita.
Quel che è peggio è che senza l’apprendistato
scompariranno mestieri ed attività importanti
ed indispensabili.
Scompariranno, perché senza la formazione sul
campo difficilmente si creeranno figure professionali
ed imprenditoriali in grado di assicurare un’adeguata
presenza diffusa di imprese, legate al territorio
ed alla qualità della produzione, del commercio,
del turismo e dei servizi del nostro Paese.
Per questo motivo diciamo no all’imposizione
contributiva del dieci per cento, no agli sconticini
e contentini, no alle differenziazioni tra settori.
Dall’apprendistato passa il lavoro attuale e
futuro di centinaia di migliaia persone che rischiano
di essere cancellate da questa misura miope. Al Parlamento
ed al Governo chiediamo di fare adeguati passi indietro
e di non assumersi la responsabilità di cancellare
di fatto questo importante istituto.
Il bisogno di fare cassa non può portare a
scelte inaccettabili, incomprensibili e controproducenti
per il nostro Paese.
Autonomi e dipendenti pagano disfunzioni ed abusi
previdenziali, spesso conditi da ragioni di equità
e di solidarietà.
Gli eccessi e gli abusi, le invalidità di troppo
e l’aumento della vita media, hanno fatto saltare
i conti del fondo lavoratori dipendenti, che si ritrova
con un buco patrimoniale di oltre 125 miliardi di
euro.
Gli unici chiamati a pagare questo conto, siamo noi,
commercianti, artigiani, operatori turistici e dei
servizi. Non solo si accelera il processo avviato
nel 1996 con l’allora Governo Prodi, ma si porta
subito l’aliquota al 19,5%, con un aumento secco
di un punto e mezzo, per poi arrivare al 20% nel 2008.
La ricerca dell’equilibrio dei conti previdenziali
non può portare all’aumento dei contributi
di chi ha un fondo in sostanziale pareggio, come gli
artigiani o in attivo di 7 miliardi come nel caso
del commercio e dei servizi.
Anche in questo caso si punta a sottrarre risorse
ai settori più produttivi ed a quelle imprese
più dinamiche, che in questi anni hanno consentito
al Paese di restare con la testa fuori dall’acqua
e di non affondare definitivamente nel mare dei problemi,
dei disservizi, dell’arretratezza infrastrutturale,
scolastica e produttiva del Paese.
Queste imprese sono quelle piccole e medie, che sono
pronte a fare la loro parte per il risanamento e per
il rilancio dell’economia, ma rivendicano la
prima fila ed una trattativa vera e non la ratifica
di accordi fatti con altri.
Soprattutto non saremo più disponibili a concedere
il semaforo verde agli studi di settore e ad un loro
appesantimento, se si continuerà ad ignorare
che su 3.200.000 PMI, ben 2.700.000 sono congrue e
che al momento della dichiarazione circa 500.000 di
queste si adeguano dietro i nostri consigli e la nostra
spinta, portando quasi 1 miliardo di euro in più
nelle casse dello Stato.
Questo spirito di collaborazione si infrangerà
inevitabilmente sugli scogli della volontà
di determinare i ricavi sulla base di dati generali
che ignorano le specificità e la reale consistenza
delle imprese.
In particolare respingiamo il tentativo di fare cassa
con un aggiornamento retroattivo degli studi del 2006.
Così si viola quel patto che ha consentito
di incassare importanti somme in più e si rischia
una vera e propria disobbedienza fiscale a causa di
numerosi appesantimenti degli obblighi e alla inaccettabile
discriminazione sulla trasmissione telematica dei
corrispettivi, che vedrebbe cancellato il valore fiscale
dello scontrino, solo per la grande distribuzione
commerciale.
Una discriminazione pregiudiziale ed inaccettabile
collegata con la tenace volontà di contrapporre
le grandi strutture commerciali a quelle piccole e
medie.
Pregiudizi riscontrabili anche nel definitivo accantonamento
dell’idea di allargare la fascia di esenzione
dell’IRAP fino a 15.000 euro per le PMI, come
da sempre sostenuto da queste associazioni.
Infine, la volontà di istituire una tassa di
soggiorno, in capo alle imprese ricettive, rischia
di oscurare gli interventi positivi per il turismo,
come la riduzione degli incomprensibili ed insostenibili
aumenti dei canoni demaniali, che avrebbero colpito
gli stabilimenti balneari, così come l’abbattimento
dell’IVA congressuale da anni rivendicata dalle
associazioni di settore.
In sintesi, quello che rivendichiamo è un cambiamento
profondo della legge Finanziaria, che parta dall’idea
che per rilanciare l’Italia c’è
bisogno del concorso di tutti ed in particolare del
mondo delle PMI che rappresentano il 70% del fatturato
ed il 72% dell’occupazione.
Se non avremo risposte positive, continueremo la nostra
lotta unitaria, alzeremo il tiro, mettendo in moto
oltre quattro milioni di imprese, presenti in ogni
città, in ogni territorio, in ogni angolo di
questa nostra Italia.