L'INTERVENTO DEL PRESIDENTE DI CONFESERCENTI MARCO VENTURI

Voglio anche io sottolineare la novità e l’importanza di questa manifestazione che, per la prima volta, vede le cinque Confederazioni delle PMI del commercio, dell’artigianato, del turismo e dei servizi sotto l’ombrello dell’unità, con l’obiettivo di far cambiare profondamente la legge Finanziaria del prossimo anno.
E’ evidente che qualcuno ha cercato di giocare sulle nostre presunte divisioni, ha tentato di criminalizzarci e di colpirci, ma ha fatto male i conti ed ha sottovalutato che la nostra comune missione di tutela e di crescita delle PMI viene prima di ogni altro interesse delle singole associazioni.
Insieme vinceremo questa scommessa e faremo cambiare profondamente la legge Finanziaria.
Anche noi, come il Presidente del Consiglio, vogliamo che il nostro Paese cresca di più e l’obiettivo del 3% indicato potrebbe essere realistico, ma senza le PMI e con questa Finanziaria rimarrà un pio desiderio.
Dal Governo e dal Parlamento ci aspettiamo meno pregiudizi e più determinazione contro chi non paga per niente tasse e contributi, non emette mai scontrini, perché opera in modo abusivo e tollerato o è al servizio di gruppi illegali e di criminalità organizzata.
Il Governo vuole un maggior gettito? Allora colpisca gli evasori totali, l’illegalità, l’abusivismo, il sommerso ed il lavoro nero. Colpisca l’economia criminale, impedisca abusi, sprechi e disfunzioni perpetrati con risorse pubbliche.
Qual è il senso dei nostri corsi di formazione, delle norme sulla sicurezza e di tutte quelle rigidità scaricate sulle imprese, in nome della garanzia e della sicurezza dei consumatori, se poi, fuori dai negozi, dalle botteghe, dalle strutture turistiche, succede di tutto, nell’indifferenza generale?
Noi, invece, siamo quelli che le regole le rispettano, quelli che hanno accettato gli studi di settore ed hanno favorito il loro aggiornamento, con un conseguente e decisivo aumento del gettito per le casse dello Stato.
E mentre gli abusivi continuano indisturbati a svolgere la loro attività illegale, mentre le società di capitale continuano senza fastidi a dichiarare redditi nulli o in perdita, mentre si perpetua imperturbabile la cultura dello spreco e dell’illegalità, il male dell’Italia diventano le PMI che le tasse le pagano, proprio attraverso gli studi di settore.
Da vanto, da simbolo della laboriosità e dell’ingegnosità del nostro Paese, tutto ad un tratto siamo diventati la palla al piede da scaricare e da spolpare.
No cari signori, noi non ci stiamo, non vogliamo medaglie, ma nemmeno croci, vogliamo soltanto fare il nostro lavoro, far crescere le nostre imprese, creare occupazione e benessere per questo nostro Paese dove amiamo vivere e lavorare.
Lo abbiamo sempre fatto con le nostre sole forze, con scarse risorse pubbliche e tanti ostacoli burocratici, con difficoltà di accesso al credito bancario e con tanti criminali pronti ad approfittare delle nostre difficoltà.
Permettetemi di indirizzare un saluto ed un’espressione di solidarietà ai colleghi di Lamezia Terme e di Napoli, colpiti pesantemente dal ricatto mafioso, che alla pesante tassa del racket aggiunge le bombe ed un totale controllo del territorio.
Il mio compito, nella divisione degli argomenti da trattare da parte dei cinque Presidenti, è quello di spiegare cosa vogliamo e cosa proponiamo.
La prima richiesta che rivolgo al Governo, al Parlamento, alle autorità regionali e locali è che vogliamo innanzitutto rispetto. Vogliamo chiarezza e verità. Vogliamo che si riconosca una volta per tutte il ruolo centrale che le PMI svolgono per la crescita del Paese, per l’occupazione ed anche per le casse dello Stato.
Non a parole, ma con atti concreti.
Riconoscete che senza le PMI, senza quella vivacità e vitalità che deriva dalla presenza di artigiani, di commercianti e di altre piccole e medie imprese, le città muoiono, diventano dormitori, più o meno ricchi d’arte e di cultura. Evitate, anche a livello locale e regionale, di infliggerci altri salassi che frenano gli investimenti e la competitività.
Solo così la nostra economia, caratterizzata dai distretti e dai centri urbani, eviterà pesanti passi indietro.
Proprio per questo non possiamo consentirvi di spegnere l’interruttore dell’apprendistato. Quel flusso continuo di nuove professionalità garantito da questo istituto è la linfa vitale del Paese ed è assurdo che a qualcuno venga in mente di interrompere questo apporto. Così come non vi possiamo consentire di creare apprendisti di serie A e di serie B.
La voglia di fare impresa, nel nostro Paese è alta, ma dobbiamo evitare che prevalga il convincimento che basta avere poche risorse ed uno scampolo di professionalità per avviare un’attività.
Già oggi le difficoltà ed i risultati sono visibili e sconfortanti. Nel giro di 6 anni il 40% delle nuove PMI chiudono.
Purtroppo, nel tentativo di sopravvivere, una parte di queste approda nelle mani degli usurai, avviando un calvario che quando va bene finisce con la chiusura e con la perdita dei risparmi di una vita.
Quel che è peggio è che senza l’apprendistato scompariranno mestieri ed attività importanti ed indispensabili.
Scompariranno, perché senza la formazione sul campo difficilmente si creeranno figure professionali ed imprenditoriali in grado di assicurare un’adeguata presenza diffusa di imprese, legate al territorio ed alla qualità della produzione, del commercio, del turismo e dei servizi del nostro Paese.
Per questo motivo diciamo no all’imposizione contributiva del dieci per cento, no agli sconticini e contentini, no alle differenziazioni tra settori.
Dall’apprendistato passa il lavoro attuale e futuro di centinaia di migliaia persone che rischiano di essere cancellate da questa misura miope. Al Parlamento ed al Governo chiediamo di fare adeguati passi indietro e di non assumersi la responsabilità di cancellare di fatto questo importante istituto.
Il bisogno di fare cassa non può portare a scelte inaccettabili, incomprensibili e controproducenti per il nostro Paese.
Autonomi e dipendenti pagano disfunzioni ed abusi previdenziali, spesso conditi da ragioni di equità e di solidarietà.
Gli eccessi e gli abusi, le invalidità di troppo e l’aumento della vita media, hanno fatto saltare i conti del fondo lavoratori dipendenti, che si ritrova con un buco patrimoniale di oltre 125 miliardi di euro.
Gli unici chiamati a pagare questo conto, siamo noi, commercianti, artigiani, operatori turistici e dei servizi. Non solo si accelera il processo avviato nel 1996 con l’allora Governo Prodi, ma si porta subito l’aliquota al 19,5%, con un aumento secco di un punto e mezzo, per poi arrivare al 20% nel 2008.
La ricerca dell’equilibrio dei conti previdenziali non può portare all’aumento dei contributi di chi ha un fondo in sostanziale pareggio, come gli artigiani o in attivo di 7 miliardi come nel caso del commercio e dei servizi.
Anche in questo caso si punta a sottrarre risorse ai settori più produttivi ed a quelle imprese più dinamiche, che in questi anni hanno consentito al Paese di restare con la testa fuori dall’acqua e di non affondare definitivamente nel mare dei problemi, dei disservizi, dell’arretratezza infrastrutturale, scolastica e produttiva del Paese.
Queste imprese sono quelle piccole e medie, che sono pronte a fare la loro parte per il risanamento e per il rilancio dell’economia, ma rivendicano la prima fila ed una trattativa vera e non la ratifica di accordi fatti con altri.
Soprattutto non saremo più disponibili a concedere il semaforo verde agli studi di settore e ad un loro appesantimento, se si continuerà ad ignorare che su 3.200.000 PMI, ben 2.700.000 sono congrue e che al momento della dichiarazione circa 500.000 di queste si adeguano dietro i nostri consigli e la nostra spinta, portando quasi 1 miliardo di euro in più nelle casse dello Stato.
Questo spirito di collaborazione si infrangerà inevitabilmente sugli scogli della volontà di determinare i ricavi sulla base di dati generali che ignorano le specificità e la reale consistenza delle imprese.
In particolare respingiamo il tentativo di fare cassa con un aggiornamento retroattivo degli studi del 2006.
Così si viola quel patto che ha consentito di incassare importanti somme in più e si rischia una vera e propria disobbedienza fiscale a causa di numerosi appesantimenti degli obblighi e alla inaccettabile discriminazione sulla trasmissione telematica dei corrispettivi, che vedrebbe cancellato il valore fiscale dello scontrino, solo per la grande distribuzione commerciale.
Una discriminazione pregiudiziale ed inaccettabile collegata con la tenace volontà di contrapporre le grandi strutture commerciali a quelle piccole e medie.
Pregiudizi riscontrabili anche nel definitivo accantonamento dell’idea di allargare la fascia di esenzione dell’IRAP fino a 15.000 euro per le PMI, come da sempre sostenuto da queste associazioni.
Infine, la volontà di istituire una tassa di soggiorno, in capo alle imprese ricettive, rischia di oscurare gli interventi positivi per il turismo, come la riduzione degli incomprensibili ed insostenibili aumenti dei canoni demaniali, che avrebbero colpito gli stabilimenti balneari, così come l’abbattimento dell’IVA congressuale da anni rivendicata dalle associazioni di settore.
In sintesi, quello che rivendichiamo è un cambiamento profondo della legge Finanziaria, che parta dall’idea che per rilanciare l’Italia c’è bisogno del concorso di tutti ed in particolare del mondo delle PMI che rappresentano il 70% del fatturato ed il 72% dell’occupazione.
Se non avremo risposte positive, continueremo la nostra lotta unitaria, alzeremo il tiro, mettendo in moto oltre quattro milioni di imprese, presenti in ogni città, in ogni territorio, in ogni angolo di questa nostra Italia.