L'INTERVENTO DEL PRESIDENTE DI CNA IVAN MALAVASI

Vorrei, in premessa, salutare l’Assemblea e con essa milioni di imprese italiane che in questa Assise si sentono rappresentate.
Noi sentiamo la giornata di oggi non come un evento fine a se stesso, ma come l’inizio di un percorso comune per dare più forza, più dignità, più rispetto a milioni di donne, di uomini, di famiglie che si sentono protagonisti, con il proprio lavoro e la propria impresa, dell’Italia e del suo futuro.
Protagonisti di un paese che è diventato una delle grandi potenze economiche.
Protagonisti del valore e della ricchezza che in Italia si realizza.
Protagonisti, in quanto piccole imprese e diffuse, della sua redistribuzione e grandi protagonisti della coesione economica e sociale dei territori e delle città dove operiamo.
Protagonisti in positivo e non colpevoli epigoni di quell’egoismo verso la collettività da cui derivano tutti i mali italiani: il declino industriale, la crescita abnorme del debito pubblico, l’inefficienza e il peso della burocrazia, l’economia sommersa ed il lavoro nero, l’evasione e l’elusione fiscale e contributiva.
Siamo un’Italia che deve essere sostenuta nello sforzo che sta facendo per reggere la sfida competitiva, per riorganizzarsi, per rispondere, con dinamismo flessibilità vicinanza alla clientela, al cambiamento che tutti deve coinvolgere.
Se c’è un messaggio che promana da questa Finanziaria è un messaggio di inusitato rigore sul versante delle entrate e di scarsa, se non nulla, determinazione sul fronte della spesa.
Ad una parte d’Italia si chiede lo sforzo maggiore, quasi esclusivo.
Ad altri la certezza che il futuro sarà come è l’oggi e come è stato il lungo passato che abbiamo alle spalle.
Mi domando: è lecito accettare come un male inguaribile che un chilometro di ferrovia ad alta velocità in Italia costi tre volte quello che costa in Francia ed il doppio di quanto costa in Spagna?
Mi domando: è ammissibile lo spreco delle risorse europee per l’incapacità di fare e gestire progetti di cui si avvantaggiano altri paesi?
Mi domando: è lecito che una impresa italiana debba fare i conti con la Cina nella competizione internazionale e contemporaneamente debba battersi con quella “Cina” che abbiamo dentro i confini fatta di doppi e tripli lavori in nero, che si traducono in artigianato alterato ed in commercio abusivo?
Mi chiedo: serve avere 8.750 Comuni, uno sproposito di Province, con relative Prefetture, eccetera e nessuna idea di efficientamento e riorganizzazione?
Mi chiedo: è giusto avere più forestali in Calabria di quanti ce ne sono in tutta l’Amazzonia?
Potrei continuare, ma è con la bocca amara che ho da imprenditore che dà lavoro, che innova, che certifica la qualità di ciò che produce, che mi chiedo quanti siano in questa sala coloro che hanno una società alle Caymans dopo aver lasciato deserti industriali finanziati dallo Stato. Quanti hanno visto le loro difficoltà in momenti duri godere del costante solidale aiuto dello Stato. O più semplicemente quanti stanno passeggiando con la malinconia tipica dei “ricchi che piangono” sulle sponde del Lago di Lugano o per le poco mediterranee strade di Zurigo.
Noi riteniamo che le misure di bilancio adottate trascurano la necessità di riorganizzare e ridurre la spesa pubblica e penalizzano il sistema delle imprese che in questi anni hanno garantito l’occupazione e la tenuta economica e sociale del paese.
La crescita della pressione fiscale complessiva stimabile nel 1,3% tra il 2006 e il 2007 costituisce la “cifra” di questa Finanziaria, accanto alla sostanziale rinuncia ad incidere sulla spesa pubblica.
L’aumento delle aliquote previdenziali di artigiani e commercianti determina un ulteriore aggravio per 1,4 miliardi di euro nel 2007 e 1,7 a regime.
L’aumento della pressione contributiva sugli apprendisti, che di fatto qualifica ideologicamente come lavoro precario un istituto che, in realtà, per oltre cinquant’anni ha creato lavoro e professionalità, colpisce l’unico strumento rimasto di ingresso agevolato sul mercato del lavoro, accompagnato alla formazione.
Ma va sottolineato che mentre, attraverso la nuova modulazione delle aliquote IRPEF, si intende ottenere un risultato redistributivo, ciò avviene con una ulteriore sperequazione:
Il reddito oltre il quale aumentano le tasse per un dipendente è di 40.000 euro. Per un autonomo è di 32.000 euro.
Il nostro reddito vale di più, perché? Visto che noi e non altri dobbiamo considerare il rischio d’impresa.Per quanto riguarda il cosiddetto cuneo fiscale le nostre aziende non solo riceveranno un minore beneficio in ragione al minor numero di dipendenti per ogni unità d’impresa, ma per quelle di più piccole dimensioni ogni beneficio sarà annullato.
Ci saremmo aspettati, anche in ragione della sperequazione che si crea sul cuneo, una diversa modulazione dei premi INAIL che, per artigianato e commercio assieme producono all’Istituto un avanzo di gestione di 1,8 miliardi di euro all’anno.
Perché non fare quello che farebbe qualunque assicurazione privata?Noi siamo interessati ad un progressivo allineamento e ad una maggiore selettività degli studi di settore. L’efficacia degli studi deve puntare sulla capacità di cogliere le differenziazioni tra le diverse filiere di imprese, individuando in modo selettivo i contribuenti che presentano palesi incoerenze tra situazione d’impresa e ricavi dichiarati.
Si tratta di instaurare un rapporto civile tra contribuente e Stato: rapporto che ha dato risultati enormi, sia sul piano del gettito che sul piano del reciproco riconoscimento quando, con il Protocollo del 1996, ritenevamo si fosse aperta una strada di civiltà ed il nostro apporto fu indispensabile per entrare in Europa e per dare sostanza alla politica dei redditi.
Dal luglio scorso si è scatenata ad arte una vergognosa e menzognera campagna mediatica tesa a criminalizzare intere categorie con il risultato di creare una grave rottura nel tessuto sociale del paese.
E’ grave che a tale campagna non si siano sottratti anche apparati istituzionali che avevano il dovere di fornire statistiche non alterate e comunque di fornire lo scenario complessivo di riferimento.
Una spaccatura del paese: gli onesti – i disonesti; i virtuosi – gli evasori; i dipendenti – gli autonomi e i piccoli imprenditori.
L’obiettivo reale è stato quello di alterare i dati di realtà per far passare l’idea di adeguamenti automatici degli studi di settore e produrre, a prescindere dagli andamenti reali dell’economia, effetti prestabiliti di maggior cassa per 3,3 miliardi di euro nel 2007; di 3,8 miliardi di euro nel 2008; di 4,9 miliardi di euro per il 2009.
In questo modo si viola lo spirito del “Patto costitutivo degli studi di settore”, si disattende lo statuto del contribuente, si manda a quel paese il confronto e la collaborazione tra contribuenti e Stato.
Un buon risultato? No, un pessimo risultato che alla fine non darà neppure gli effetti desiderati sul gettito fiscale.Infine, cari amici, ci sentiamo di sollevare riserve anche sul versante delle politiche di sviluppo. Al di là del merito, che individua nel disegno di legge “Industria 2015” settori economici escludendone altri, ambiti e progetti di azione tutti da definire anche nelle modalità di identificazione delle filiere produttive e dei settori e tipologie di impresa su cui faranno riferimento.
Ma su questo si potrebbe lavorare se non avessimo visto il brutto film della vicenda TFR.
In parte un vecchio film con un vecchio copione quello dell’accordo fra Governo Sindacati Confidustria. A quel film a quel copione siamo stati per lunghi anni abituati. E’ quel tavolo che assieme ai cosiddetti “salotti buoni” dell’economia ha portato l’Italia alla fase di declino industriale in cui si trova.
Questa volta abbiamo visto di peggio: abbiamo visto un Governo che ha per azionista di riferimento il Sindacato dei lavoratori il quale sceglie lui l’interlocutore che rappresenta il mondo delle imprese. Ed ha scelto la Confindustria cioè la rappresentanza di quell’economia una volta grande oggi tanto assistita e ormai prevalentemente fatta di imprese pubbliche o parapubbliche che è lontanissima dalla percezione e dalla cognizione degli interessi del 98% delle imprese italiane. Complimenti! Siamo l’unico paese al mondo in cui è lecito guidare la macchina guardando solo nello specchietto retrovisore.
Complimenti! In questo modo non si può che andare indietro.
Ma noi non possiamo permetterci di andare indietro. Noi portiamo la responsabilità delle nostre aziende, delle nostre famiglie, dei nostri dipendenti.
Noi ci batteremo perché questa Finanziaria sia cambiata e perché si scelga la strada dello sviluppo, del nuovo, del dinamismo.
Noi a questo siamo disponibili!


Bozza non corretta