09/08/2017

Nei giorni scorsi, "The Guardian" e il "New York Times" hanno voluto dedicare, tra l’altro in prima pagina, un commento alla situazione di Venezia, in particolare sottolineando come, oramai, sulla laguna, ci siano “orde” di turisti “mordi e fuggi” che con i loro trolley rumorosi, in qualche modo, deturpano la sacralità del luogo. A parte alcune considerazioni sul punto di osservazione degli americani e degli inglesi che diciamolo simpaticamente si sentono ancora (anche perché lo sono stati in termini di sacrifici di vite e di denari) i salvatori del mondo e come tali, autorizzati ad ogni tipo di giudizio e di valutazione, dimenticando o facendo finta di dimenticare, però, che in epoca di Brexit e di muri di Trump, i primi a pensare ai soldi sono proprio loro. Se volessero proprio, e parliamo degli americani, produrre un “Piano Marshall” per Venezia e magari Roma e Firenze, per conservarle immacolate non credo che da queste parti, con la dovuta maniera, nessuno si offenderebbe. Del resto, la sindrome dell’Impero, che forse ancora persiste in lingua anglosassone, “noi” ce la siamo fatta passare rapidamente, anche se ne conserviamo, neanche tanto gelosamente, le antiche vestigia.

L’Impero Romano, quello che ha dato la Civiltà, l’Impero dell’Arte e del Rinascimento a Firenze, che come dicevano Benigni e Troisi, dopo la scoperta dell’America si è visto sorpassato, così come l’Impero di Venezia che ha cambiato le rotte marine. E torniamo all’eterno dilemma di queste nostre città d’Arte o perlomeno dei loro luoghi rappresentativi (ma Venezia è tutta un luogo d’Arte), renderle fruibili al meglio o cercare di lasciarle intatte?!

Firenze si è conservata piccola, vivibile e ha scelto questa strada, Venezia è diventata un luogo di suggestione e di sintesi spaziale, Roma è quella che ha più problemi anche per il suo ruolo di Capitale e che ancora, finché non si sposteranno gli ambiti istituzionali e commerciali dal Centro Storico, con un progetto nerviano, non risolverà i suoi problemi. Ma ci vuole coraggio! Diamo un consiglio ai nostri amici americani e inglesi, se proprio vogliono riscoprire Venezia com’è e com’era per come ci è stata lasciata dal ‘700 e vogliono ritrovare la città esoterica, il mare che lambisce ma non affonda, facciano un sacrificio, non vadano a dormire e aspettino la notte. Come c’è l’ora del raggio verde, c’è l’ora dell’Impossibile prima dell’alba, un istante che per noi è simultaneo, ma che per gli antenati è eterno. Se hai la fortuna, la cogli anche se sei mortale e magari a Rialto incontri Giacomo Casanova, perennemente condannato a vagare alla ricerca di un amore o Marco Polo che supplica in giro che gli si creda, che ha visto veramente la Cina e il suo Imperatore e che gli ha venduto pure qualcosa, incontri Daniele Manin che chiede se ne è valsa la pena morire per l’Italia e senti il rumore dell’arsenale che ha ripreso a funzionare mentre dall’Adriatico arrivano triremi pieni di oro, spezie e broccati. Alla “Salute” si celebra il Te deum e da San Giorgio si sente il fruscio del mare. Su tutto i grandi artigiani, che hanno fatto grande Venezia, i vetrai, i facitori di maschere e di abiti sontuosi, gli orafi, quelli che hanno creato le gondole e ancora ci sono tramandate, quelli che hanno ingegno, arte e dedizione. All’alba tutto scompare e Venezia resta addormentata e guarda, compassionevole, questa migrante tormentata umanità. Del resto come diceva l’anglofono per eccellenza William Shakespeare “la nostra vita è fatta della stessa materia dei sogni”.

Però attenzione, amico americano, se trovi improvvisamente una calle vuota, senti o ti pare di sentire la musica di Vivaldi,  che viene chissà da dove ma soprattutto chissà da quando.

 

P.S. I newyorkesi ricordino la frase della loro grande concittadina Peggy  Guggenheim  “Si è sempre dato per scontato che Venezia sia la città ideale per una luna di miele ma non solo, è un grave errore:
vivere a Venezia, o semplicemente visitarla, significa innamorarsene e nel cuore non resta più posto per altro”.



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