21/08/2017

Come abbiamo scritto, in un recente nostro articolo, quando vince la Ferrari, vince l’Italia e ringraziamo i tanti attestati di apprezzamento.

Il 30 maggio 1953, la Ferrari già c’era e già vinceva, ma la vera “Ferrari” si chiamava Fausto Coppi. La nazione doveva ancora risorgere dalle ceneri di una sciagurata guerra e Alcide De Gasperi concludeva il suo meritorio, straordinario, impegno politico con l’ultimo Governo e l’Italia lo rimpiangerà, per sempre. Aveva tentato la carta del Premio di maggioranza con il 50% dei voti (che avrebbe consentito il 65% in Parlamento) e pensate l’avevano etichettata “legge truffa” e naturalmente l’affermazione, adesso, fa veramente ridere. Nel ’53 non c’erano ancora televisioni o computer (la prima trasmissione RAI è del ’54) e il mezzo di comunicazione popolare più diffuso era la radio e quando c’era il Giro d’Italia o il Tour de France capannelli di persone si fermavano, spontaneamente, nei bar attorno alle edicole e soprattutto nei laboratori di riparazione di biciclette. Come il Calcio e più del Calcio il Ciclismo era lo sport nazionale, soprattutto per il mito di due grandissimi campioni, Gino Bartali e Fausto Coppi entrambi a loro modo eroi di guerra (Bartali addirittura nominato “giusto tra i giusti” dagli ebrei) ma soprattutto eroi e rappresentanti di ogni italiano in bicicletta.  Ognuno, la mattina, inforcata la bici, si sentiva Fausto o Gino, ognuno pedalava per rinascere, per dare un senso alla sua vita. Da Giovanni esperto in biciclette, artigiano riparatore, dietro Santa Maria Maggiore a Roma, quella sera c’erano almeno un centinaio di persone. Era il 30 maggio 1953 Coppi era dietro al Giro d’Italia di almeno un minuto e mezzo dall’elegante e grande campione Koblet Il giorno prima, in un’intervista radiofonica concessa al mitico radiocronista Ferretti, che aveva coniato per lui e grazie a lui la leggendaria frase: “un uomo solo al comando, la sua maglia è azzurra, il suo nome è Fausto Coppi”  aveva affermato che oramai il Giro era finito ma che un tentativo l’avrebbe fatto. Chi scrive, naturalmente, non può aver sentito l’intervista in contemporanea ma ha avuto l’occasione di risentirla e nella voce di Fausto, in italiano perfetto, da quel gran signore che è sempre stato, trapelava, come sempre, mestizia, quel dolente disperato presagio che avrebbe accompagnato il suo epilogo, ma l’orgoglio, la dignità di chi non si arrende. Niente poteva rappresentare meglio l’Italia tutta, mentre poteva toccare i cuori di quei milioni di persone concentrate da Giovanni a Roma ex partigiano e grande esperto di rapporti e di cambi ma come da lui, al Giambellino a Novi Ligure o a Santo Spirito a Firenze o in qualsiasi altro posto dove l’Italia palpitava per i suoi eroi e l’Italia palpitava tutta.

Sfortuna volle che la radio di Giovanni, quel giorno, non funzionasse bene, Ferretti fece in tempo a dire “un uomo solo è al comando” e tutti a correre, ognuno in un luogo dove ci fosse una radio, mentre Fausto, il campionissimo, l’airone, come dice Gino Paoli  “occhi miti e naso che divide il vento va su contro il cielo blu”
La gente era impazzita non si sapeva quanto vantaggio avesse, si vagheggiava, si ipotizzava, si sperava.

Sullo Stelvio scollinò con grande vantaggio, la discesa era pericolosa ma stavolta andò bene e Fausto vinse il suo ultimo Giro d’Italia, mentre l’Italia tutta rinasceva grazie, anche, alla Sua vittoria. Giovanni, rimasto solo, lucidò la sua bicicletta, controllò tutto anche perché un po’ aveva vinto anche lui, avevano vinto tutti, quando vinceva Coppi.

P.S. Ogni riferimento a persone esistenti è puramente casuale e comunque Coppi, a settembre, vinse anche il titolo mondiale e dette il via, definitivamente, alla Rinascita e come un Angelo, a  40 anni, esaurito il Suo compito, disperatamente ci lasciò.



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