13/01/2017

In ricordo di Marco Tullio Monticelli nel giorno del Suo genetriaco

13 gennaio 1910

Nel suggestivo braccio sinistro di Villa Giulia, adibita a Museo Etrusco, “Gli Sposi del Sarcofago “ si scambiano imperituro sempiterno amore, ma soprattutto inconfondibile rispetto. Lei esprime eterea un gioco di mani come una danza orizzontale e simbolica di perenne simpatia, di eterna gioventù. Lui è serafico, col sorriso dell’appagato orgoglio e del senso stesso dell’esistenza maschile responsabile e matura.
A pochi passi Villa Poniatowski (non ancora espropriata dallo Stato e anch’essa adibita ad altro braccio del Museo) alberga, il Laboratorio Artistico, ma soprattutto artigiano del Professor Marco Tullio Monticelli, dal 1982 Commendatore della Repubblica Italiana , l’ultimo grande mosaicista della generosa stirpe romana e vaticana e italiana di cui al grande Evandro.
E’ un’estate calda e neanche la sovrastante Villa Borghese con il Suo verde Dannunziano refrigera l’aria, che è però serena e silenziosa, ausilio dell’invidiabile privilegiato dirimpetto Tiberino, raffronto dei confini dei Colli Parioli, così ambiti .
Il Vespro ha già cantato da un’ora e avanza il desinare, ma la solitudine, Tullio, Ti aggredisce .
A niente valse l’arte e l’artigianato amato e le buone maniere di Ufficiale e Gentiluomo e gli studi di ingegneria non conclusi, per l’arte, alla prima Sapienza . Molto migliore di tanti però, che col randello e lo stiletto o magari col famigerato moschetto del fascista perfetto, prendevano trenta in qualche materia, anziché distinguersi in ignoranza.
La solitudine non risparmia l’uomo e più l’Uomo nella parvenza di una presunta superiorità codificata nel sapere è presuntuoso e più non lo risparmia.
Zita è a Venezia, a Eraclea per la precisione e Lì andrò a finire, pensa il grande mosaicista, ma ancora è presto godiamo la magia , ma anche l’amarezza di questa sera romana .
C’è ancora da finire l’Abside della chiesa Eucraina dei laghi , forse tra un po’ là mi trasferirò, ultimo ponte prima di Eraclea , l’involuta foce come è sempre involuta la foce, se il percorso è aspro e contorto .
Adesso intanto c’è da comporre, da allestire, da perfezionare, questo splendido mosaico del Tondo Doni e quest’altro della Madonna della Seggiola e c’è da scegliere e inserire i colori .
Già i colori, li ho lavorati, li ho selezionati li ho scelti tutta una vita ma non ne percepisco bene il senso , una sorta di daltonismo dell’anima, non della vista .
Non è che non sappia quale è il giallo o il rosso o il blu e che non sappia convenzionalmente attribuire loro un senso, che non sia cromatico, ma estetico nel senso etimologico, ed etico, no, devo chiedere al mio amico fioraio ne sanno certo di più loro, decidono dal profumo .
Guarda questo manto della Madonna che può essere definito giallo; ma perché questo colore , perché non il verde,o l’arancione, a cosa corrisponde il senso del giallo, non certo quello de film polizieschi? Forse il giallo è quello della ginestra, se è gialla la ginestra. Fiore amato e profumato, che nasce nei contesti meno consueti e per essa meno adatti e usueti . Essa non si chiede perché e resiste e spande il suo profumo, indipendente e libero, anche nei deserti, anche tra i rovi, un po’ come la Madonna, che non può da sola concedere, ma prega e intercede, intercede e prega e spesso ottiene.
Amata, Leopardiana ginestra, che invece di pregare, profuma, similmente ad una intercessione ultima speranza e forse è allora giusto il giallo per quel desiato manto .
Come in quegli anni trenta quando il sole in Abissinia era più giallo e caldo e vicino, quasi lo potevi toccare. Cercavamo un posto al sole, partimmo in tanti per una guerra ingiusta di aggressione; ma che volevi capire all’epoca?! Ufficiale Monticelli, fiero e cortese, ma rigido nell’etichetta, con le “morettine” in agguato, che avrebbero ammorbidito l’amido del colletto e del cuore . “ Faccetta nera, Bella Abissina aspetta e spera che già l’ora si avvicina” cantavamo. Le ore erano passate, tra scontri neanche cruenti ( ci avrebbero pensato in malo modo le truppe di Graziani) e Amori più o meno eterni, almeno giurati tali, nel senso stesso dell’impossibilità.
Anche questa fase della vita finì e tornammo vincitori e sconfitti all’opera intenti, pensava il Professore, ma come dimenticare, Bengasi, dai colori dell’Iride, ma sempre a far predominare il giallo. Come quel sole, che anche stasera ineluttabilmente tramonta e dai finestroni del laboratorio, osservava malinconico e ammirato volgere al rosso tenebra, raccogliere il raggio verde, che non coglieva, perché non voleva vedere. Il verde di CASARTIGIANI e quel bel mosaico che ha lasciato nell’atrio della nostra sede. La nostra grande sede voluta da chi controversa dicotomia, gli fa sentire la mancanza di un figlio e il contrasto generazionale, di chi non vuole invecchiare, forse proprio perché un figlio non può amare. Qual è il colore dell’amore paterno, il colore della responsabilità, del rispetto, dell’insegnamento? Forse questo manto rosso tenue di San Giuseppe. Il più grande Padre senza essere Padre veramente, biologicamente, strano no. Paradossale la vita anche perché quando ci sarà più bisogno di Lui più non ci sarà, paradossale e misterioso il disegno provvidenziale.
Si questo rosso tenue, non quello vivo è il colore del rispetto.
Quello che spesso mi fanno mancare le persone e gli eventi stessi soprattutto adesso che sono stanco e solo e vecchio. Come quel giorno, in autobus, per la prima volta una ragazzotta mi ha ceduto il posto. Gesto nobile ma crudele, a me Ufficiale e Gentiluomo. A niente vale l’arte. Neanche quella teatrale; era un buon attore il Commendatore. Il Suo cavallo di battaglia” Due dozzine di rose scarlatte “di Aldo De Benedetti. La classe non è acqua, la poliedricità il suo flusso, ma anche il suo limite. Non vale fare il mosaicista, l’attore, il soldato, il Dirigente Sindacale se poi non eccedi veramente in una cosa. Specializzato in qualcosa, solo poi ti puoi permettere la poliedricità! Ma sì, il mosaico, la grande arte ereditata da mio Padre Evandro, mi fa esprimere il meglio e con essa ho fatto una mezza fortuna, soprattutto, dopo i lavori al Santo Sepolcro, dove orgogliosamente campeggiano i Mosaici con la mia firma estesa e solenne, che ancora troneggia.
Solo che quei risparmi mi sono stati “bidonati” dall’astuzia, non dall’amore” o dal bisogno, ma dall’avidità.
Marco Tullio, brava persona, ma troppo signore e quindi ingenuo in questi tempi che già appaiono per quelli, che saranno, dopo i rassicuranti anni sessanta . Del resto gli istinti primordiali dell’uomo prevalgono sempre.
L’uomo è sciocco non supera mai i suoi limiti. Quale può essere il colore di una truffa se non il nero, forse il grigio, quello dell’esistenza indiscriminata?! Le cento tonalità del grigio del cielo di Parigi luogo amato e temuto per la Sua impossibilità di vivere, senza la marginalità del turista. Ci vorrebbe un’altra vita, una vita diversa, una vita migliore. Adesso devo trovare un colore agli occhi di Maria Vergine , che renda giustizia all’originale, ma lo personalizzi. Come può avere gli occhi la Madonna, forse verdi o azzurri, ma perché non i più probabili castani o neri? Gli occhi di Zita, forse, tanto amata di un amore rimpianto perché sacrificato, in fondo inappagato. Avrebbe voluto darle più benessere, più stabilità e forse più amore, qual è il senso che rendeva il poeta di: “amor che nulla amato amar perdona”? Solo chi ha amato può capire che vuol dire amore? Oppure: se ami veramente e intensamente chi è amato, dovrà necessariamente amarti?! Oppure, ancora: meglio, amare che essere amato ?! Forse un po’ di tutte e tre le cose. Forse nessuna delle tre, visto, che si ama sempre meno.
E’ il rosso il colore dell’amore? Non è possibile, quello è della passione, che c'entra con l’amore come il sudore con il calore. Necessario l’uno, indispensabile l’altro soprattutto se denegato. Adesso, devi spengere la luce ed andare a dormire, ma non lo ha mai fatto volentieri. Perché la solitudine lo attanaglia, la notte lo spaventa, è un passaggio, una espiazione, anche se il coraggio non gli è mai mancato . Ma non è l’astensione del sonno che lo spaventa, è il risveglio, il ripristino, la ricognizione di questo eterno caos, come l’ultimo inverno mai così piovoso e freddo in quei stanzoni pieni di arte e di retaggi; quando piove da tutte le parti in questa immensa, decaduta, spettrale Villa Poniatowski e dei secchi approssimati, contengono a stento le infiltrazioni. Aveva la febbre e la coperta sulle spalle gli scaldava solo l’orgoglio, come non scaldano i ricordi ma solo il conforto delle presenti parole e il suono della compagnia ricevuta e l’aiuto non dimentico.
Doveva sperare e avere coraggio soprattutto adesso che quel medico anonimo e banale, come spesso è la fine, nel suo racchiudere gli ammonimenti di sempre della saggezza inascoltata, gli aveva detto che il tanto fumare in gioventù, non viene compensato dalla Virtù seniore.
La Virtù appunto, qual’é il colore della Virtù?! Tutti direbbero il bianco immacolato. Oppure il blu, tanto amato, della distinzione. Ma la Virtù è insegnamento o sentimento o Fede?? Non ne ha avuta mai tanta ma ha creduto nel Dovere. Come quello per quella madre centenaria, che ogni giorno ha accudito a volte con peso, ma che adesso gli manca.
Crudele la vita senza speranza e il suo verde tenue e romantico.
Lascia i mosaici al buio, tanto i colori se li vuoi vedere, li vedi lo stesso, dentro di te e dentro le persone che li vogliono vedere. Perché se non li vuoi vedere non c’è niente da fare. L’ultimo mosaico questo sofferto puzzle di sentimenti e di pensieri. L’ultimo mosaico in una vita scura dove cerchi i colori e non li trovi a niente vale la maestria, l’arte e gli amori.
Non vedrà il duemila, l’alba di un nuovo giorno come avrebbe voluto, meglio così, è un giorno uguale, forse più scuro.
C’è stato posto in Cielo, in una Villa Poniatowski. celeste come l’amore, per l’ultimo grande mosaicista?! Speriamo di sì per il suo senso del dovere. In fondo pensava al Paradiso come a un mosaico, dove finalmente vedi i colori per quelli che sono, senza commistioni, senza dubbi e infingimenti. Al resto pensa il Supremo mosaicista. A poca distanza, gli sposi del Sarcofago, si scambiano imperituro, sempiterno amore ma soprattutto inconfondibile rispetto. Lei esprime eterea un gioco di mani come in una danza orizzontale e simbolica di perenne simpatia e di eterna gioventù. Lui è serafico, col sorriso dell’appagato orgoglio e del senso stesso dell’esistenza maschile responsabile e matura.





 



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