17/06/2016

Come da molteplici richieste a seguito della trasmissione “Stanotte a Firenze” a cura di Alberto Angela (Rai.Tv)

Il fiume scorre a pochi metri di distanza dalla Chiesa di Ognissanti, in senso orizzontale, così come l’evolversi di una vita, come la recitazione di una Preghiera.
Del resto, cos’è una vita se non il corso di un fiume?! C’è il delta e c’è la foce, ovvero il dispiegarsi in qualcosa di più grande che  accoglie e rende partecipe dell’immensità. Alessandro di Mariano di Vanni Filipepi, in arte Sandro Botticelli (il soprannome era stato attribuito prima al fratello, poi a tutti e quattro i figli maschi) nacque a Firenze in quella che adesso è via del Porcellana, dietro Ognissanti. Il ragazzino, secondo scritti dell’epoca, era malinconico e assorto a volte si dice addirittura malsano, sicuramente introverso e dedito alle letture. Ma alla fine l’Arte artigiana e per trasmissione il genio artistico prevalse e a circa venti anni Sandro fu messo come apprendista nella famosa bottega di Filippo Lippi.
Tre anni durò il rapporto, ma furono anni intensi che influenzarono il grande artista  per sempre.
Insomma Filippo Lippi si può definire il mentore e il precettore di Botticelli. Prima nella sua bottega, straordinaria testimonianza di continuità e contiguità rinascimentale e quindi eterna come da noi sostenuto di artigianato e arte, imparò a stendere il colore sulle tele e nel legno, infine ad affrescare, così via via si formerà una  cultura artistica con l’impronta autonoma della sua genialità. Ad esempio, Botticelli in questa scuola espresse e scelse lo stile lineare fatto da figure ricercate e soprattutto snelle e sinuose, contrario a quello dominante, influenzato da un altro grande maestro, morto giovane dopo essere stato definito Giotto redivivo, Masaccio, l’inventore della prospettiva.
Lasciamo il giovane Sandro ad imparare e a   evolvere  e cominciamo a delineare i personaggi della nostra storia, che sono quattro grandi star del Rinascimento, l’epoca del riscatto dell’Uomo, Botticelli appunto, Lorenzo de’ Medici, detto il Magnifico, il fratello più piccolo Giuliano e lei la “ sans pareille”  come fu definita Simonetta Cattaneo Vespucci la donna più bella dell’epoca, forse la più bella di sempre.
Simonetta, nell’aprile del 445, andò in sposa a Marco Vespucci,  lontano parente di Amerigo, l’epigono del Continente . La famiglia Vespucci a seguito della caduta di Costantinopoli e quindi del commercio vide i suoi affari declinare e per ovviare si legò sempre più alla famiglia Medici. Dopo il matrimonio, la coppia si stabilì a Firenze in coincidenza, guarda il caso del destino, con l’assunzione a capo della Repubblica di Lorenzo il Magnifico, la vera superstar dell’epoca. Non c’è cosa a Firenze, ancora adesso, che non richiami il Magnifico. Durante l’alluvione c’era ancora chi urlava: “ci vorrebbe Lorenzo”.
Il suo sonetto « Quant'è bella giovinezza, Che si fugge tuttavia! Chi vuol esser lieto, sia: di doman non v'è certezza »  lo trovi scritto dappertutto. Non c’è stato Savonarola che abbia tenuto,  Lorenzo è il Magnifico, l’ultimo ad aver garantito la Pace e l’indipendenza a tutti gli stati italici, il Patrocinatore delle Arti, il  Mecenate , il Poeta, il Signore, il filosofo neo platonico, il padre del Rinascimento. Per i fiorentini il padre della Patria così come Augusto lo è per i romani (che quando videro la vallata dell’Arno incredibilmente piena di fiori per distese e distese la chiamarono Florentia).
Fu probabilmente a Careggi, nella sontuosa villa dei Medici, ad una festa data in onore dei Vespucci che Giuliano il fratello di Lorenzo conobbe Simonetta e dove Cupido lanciò la sua freccia fatale . Anche Botticelli intervenne alla festa e anche lui fu colpito subito da Simonetta.
Giuliano non era come il fratello, era vocato alla caccia e alla tenzone, alle giostre e ai tornei, un po’ guascone e un po’ eroe.
Finirà ucciso nella congiura dei Pazzi, anch’egli due anni dopo la morte di Simonetta, tributo giovane all’immortalità. Rapito da un amore profondo, lui, che non aveva mai amato, non trattenne il suo ardore e manifestò esplicitamente questo sentimento tanto da vincere, sfidando tutti, il torneo del Palio a Santa Croce. Del resto, c’era in lizza il ritratto di Simonetta dipinto da Botticelli. Per nessun motivo al mondo poteva cadere in altre mani.
Fu un amore tormentato e fugace per quanto intenso ma Giuliano, protetto da Lorenzo, non voleva  offendere o disonorare semplicemente non poté non amare “amor che nullo amato” colei che era Venere in persona (non a caso il  paese natio di Simonetta si chiama adesso Porto Venere).
Colei che era segretamente amata anche dal Botticelli e ritratta nella Primavera (quella al centro tra le tre grazie che guarda Mercurio che è poi il ritratto di Giuliano) e nella stessa nascita di Venere.
Ma Simonetta, come una stella, all’improvviso si spense, Lorenzo chiamò in causa Menandro “muore giovane chi al cielo è caro” e compose un sonetto che riportiamo a latere e una didascalia.
Giuliano prese il suo cavallo preferito e corse fino a sfinire il cuore della povera bestia e anche il suo. Lei fu sepolta ad Ognissanti nella Cappella Vespucci. Quando la trasportarono, l’ultima volta, Lorenzo volle che fosse scoperta perché la sua bellezza vinceva anche da morta, da che tutti vedessero come dice Petrarca “morte bella parea nel suo bel viso”. Botticelli che non ebbe più pace andò tutti i giorni a portare una rosa sul sacello, anche quando vecchio non poteva più camminare e si reggeva con due grossi bastoni claudicando e disperando. Chiese di essere sepolto, dopo morto, ai piedi della tanto amata così perduta e fu esaudito e se vai a Ognissanti c’è sempre una rosa per Lui sulla botola. 
Adesso il fiume continua a scorrere, il Rinascimento è finito, l’Uomo non si riscatta, la Bellezza ci colpisce e ci illude ma non vince, “ Quant'è bella giovinezza” e ad Ognissanti si prega. Chi va ad Ognissanti reciti per favore una preghiera per questi nostri personaggi. Il grande Signore e Politico, l’Avventuroso, la più bella di sempre e il grande Artista. Ma, sarà stato tutto vero? Nella foce dell’Arno la verità.

 

Lorenzo de’ Medici

“O chiara stella, che coi raggi tuoi”

 O chiara stella, che coi raggi tuoi
togli alle tue vicine stelle il lume,
perché splendi assai più che ‘l tuo costume?
Perché con Phebo ancor contender vuoi?

Forse i belli occhi, quali ha tolti a noi
Morte crudel, che omai troppo presume,
accolti hai in te: adorna del lor nume,
il suo bel carro a Phebo chieder puoi.

O questo o nuova stella che tu sia,
che di splendor novello adorni il cielo,
chiamata essaudi, o nume, i voti nostri:

leva dello splendor tuo tanto via,
che agli occhi, che han d’eterno pianto zelo,
sanza altra offensïon lieta ti mostri.

 

O stella luminosa, che con i tuoi raggi offuschi la luce delle altre stelle vicine, perché splendi molto più del solito? Perché vuoi gareggiare in luminosità con Apollo [il sole]?

Forse hai accolto in te i begli occhi [di Simonetta Cattaneo] che la Morte crudele, che ormai osa troppo, ci ha tolto: ornata della loro luce, puoi chiedere ad Apollo il suo bel carro.

Sia per questo o sia perché sei una stella nuova che con nuovo splendore abbellisci il cielo, invocata da noi, o dea, esaudisci le nostre preghiere:

attenua in parte il tuo splendore, in modo da mostrarti lieta e senza abbagliare ai nostri occhi, che hanno versato tante lacrime.



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