26/01/2017

Premettiamo che quello che andiamo a raccontare è veramente esistito, con la dote dei sentimenti, dell’umanità, della gioia, del dolore, del perduto senso anonimo del vissuto.
Purtroppo tutto si cancella - per dirla con Schopenhauer - con la vittoria della specie sull’individuo, della natura sull’umanità con, su tutto, quella grande speranza che non sia vano e questi personaggi che sembrano urlare: non dimenticateci! Siamo in un a zona di semi periferia di metà secolo o giù di lì ma può essere oggi, ieri o domani laddove tante esistenze umane e dignitose si trascinano con mestizia e con decoro, con necessità o con caparbietà, alla ricerca inconscia del Senso.
Una bottega di ciabattino o se preferite di calzolaio, un artigiano dal nome particolare e denotabile: Baldassarre. Anni in cui, divenire un ciabattino è utile. La scarpa come emblema di vita, come modello riconoscibile, come risorsa. Baldassarre fa suole, mezze suole, tacchi; lucida, incolla, taglia, se si vuole crea, non butta via mai niente, per lui niente è irrimediabile e tutto a buon mercato. Lui è il più onesto e forse il più capace, ma soprattutto il più simpatico. Con quella “parannanza” dal colore indecifrabile con i suoi cento e passa chili con i suoi occhiali alla pince-nez spesso perduti sempre ritrovati, sempre sorridente seppur malinconico, con una sorprendente cultura che ti stupefà oppure ti fa capire troppo.
La sua clientela è variegata dalla eterogeneità e unita dalla modestia, non da esaminare da comprendere. C’è la signorina di sessanta anni che più che far riparare le scarpe, cerca una parola o meglio un complimento che lui non lesina, ma che anzi sa inventare sempre diverso, sempre lusinghiero, sempre nuovo con lei che continua le passeggiate sempre uguali, sempre rispettosa di se per quel che è, per quel che sarà, piuttosto che per quel che avrebbe potuto essere e non è stato.
C’è il bigliettaio del tram che proprio lì ha il capolinea, con cinque figli i quali crescono troppo in fretta e ai quali non si può sempre rinforzare le suole con il cartone, pena i buchi sotto i piedi. Ha tre maschi e due gemelle bionde bellissime, appena adolescenti, sempre allegre, sempre vestite uguali, se una parla l’altra conclude. Chissà che farebbe per vederle felici ma manca tutto e pur loro sono sempre li a cincischiare, a ridere e giocare tra loro.
Quando va da Baldassarre il bigliettaio ha sempre dei rotoli di giornale con due o più paia di scarpe da riparare. E quando va a riprenderle spesso ha quello sguardo negli occhi fiero della propria umiltà di chiedere senza chiedere, rivendicare carità. Baldassarre capisce e incarta frettolosamente il tutto senza fare riferimento, cambiando discorso, magari parlando del rigore sbagliato o dell’arbitro, sulla onestà della moglie del quale nessuno giurerebbe. Eppure c’è un cartellino nel retrobottega: “Si fa credito ai centenari accompagnati dai genitori”. Sembra che per il bigliettaio l’età si contasse moltiplicando per due e che sui genitori valesse la giustificazione. Per un calzolaio, l’importante è che la gente cammini e che le scarpe non facciano male ai piedi dando loro una certa eleganza. Poco importa se il ciabattino si “ceca” gli occhi e si perfora le mani, se stia a quel tavolinetto cento ore a settimana, il ciabattino è buono e la bontà mai nessuno l’ha potuta pagare. Se ci fossero stati gli studi di settore a Baldassarre i soldi li avrebbero dovuti dare. C’è la signora anziana che ha perso il figlio arruolato nell’Armir, nella tragedia più tragica di quelle umane tragedie in cui siamo stati sciaguratamente e vigliaccamente trascinati. Non ha neanche un sacello su cui piangere e non avendo visto di persona ancora spera e va da Baldassarre che era amico di Lui a chiedere conforto a ricordare e sperare. Magari fa aggiustare qualcosa, giusto per dare un senso spicciolo a un pensiero grande, a un amore eterno. E il povero calzolaio grande e grosso che ricorda l’amico perduto torna bambino con le piccole lenti degli occhialini che si inumidiscono e così si colpisce un dito con il martelletto. Ma non sente dolore, il dolore è ben altro.
C’erano ancora tanti altri stereotipi dell’essere e del sembrare diversi e sempre uguali perlomeno nella catena dell’umanità nel perseguirsi del destino.
Ma quello che rendeva la bottega di Baldassarre diversa e fantastica è che lui non si sa come e non si sa perché sapeva di musica, sapeva suonare uno o due strumenti, in particolare la chitarra e anche molto bene di modo che tutti i ragazzi, baby boomers, di quel immenso serbatoio di umanità, che suggestionati da un’epoca musicale in evoluzione, volevano imparare si sceglievano quell’ apparentemente improbabile ma soprattutto gratuito insegnante senza referenze ma con tanta pazienza e tanta cordialità. Al papà che l’accompagnava per chiedere sempre la stessa cosa “Baldassarre, te lo lascio, vuole imparare con i risparmi si è comprato la chitarra” rispondeva sempre alla stessa maniera: lascialo!” E dagli oggi dagli domani, pur tenendo conto delle defezioni e degli scoraggiamenti, la bottega artigiana la sera diventava Brodway, la serranda diventava il sipario, il retrobottega le quinte, e il tavolinetto da lavoro il podio. Il bulino era la bacchetta, i chiodini le note, tra un diesis e un si bemolle, un accordo una rifinitura e lo spartito, il mestiere di artigiano e le sue regole tramandate. Si insegnava e si apprendeva musica, ma soprattutto si insegnava e si apprendeva come essere Uomini.
Quanti hanno imparato da Baldassarre! Più di quelli che rinunciavano, avendo acquisito una capacità che li avrebbe accompagnati sempre più di un ricordo, una compagnia, una valvola di sfogo, una melodia cara come quel fragrante sapore di infanzia che sa di infinito e che per chi è buono di cuore, e ne sente il bisogno di mano paterna, di impressione, di esistenza.
Un atteggiamento crepuscolare di riscatto dall’effimero e dal vano. A volte soprattutto dopo le otto di sera la bottega diventava troppo stretta c’era più di un esaurito al palazzo dell’Opera. Ma da quel Cafarnao veniva fuori una melodia in cui le note si confondevano a sentimenti all’onestà alla perfezione. Melodie che oggi, con tutta la tecnologia, non si possono riprodurre. Sono passati tanti anni, troppi, la via è sempre la stessa, la bottega pure. C’è li un negozio di telefonini, i giovani spesso passano arroganti, tutti uguali, spesso alteri e molto più spesso diffidenti , e sembra tutto perduto. Ma ancora, se cerchi bene, trovi due chiodini, un pezzetto di pelle e una nota in libertà dentro quel negozio, ma ci vogliono gli occhi del cuore.
Ma dopo le due di notte, nelle ore di nessuno, quando tutto si accheta e c’è silenzio, fino alle quattro le cinque c’è rarefazione, dove solo i gatti attraversano il buio fino all’aurora, c’è chi pensa, ma forse lo ha sognato, che a Baldassarre e ai suoi ragazzi sia concesso suonare non visti ma ascoltati da Dio con una melodia che non è possibile all’orecchio umano capire, ma che significa tutto, è tutto. Allora si vive una gran festa, la signorina è tornata giovane e i figli del bigliettaio hanno splendide scarpe nuove. Le gemelle ridono e ti scaldano il cuore e il disperso dell’Armir è abbracciato alla mamma. Baldassarre come diceva Padre Pio: “ il Signore Ti benedica, Ti guardi, volga la faccia verso di Te, Ti dia misericordia, Ti dia pace.

Giacomo Basso

 

Brani Musicali: "Incipit" e "Serenata" tratto da Romeo e Giulietta - Arturo Annecchino

 

 



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