02/11/2013

Firenze 4 novembre 1966 - Pioveva da una settimana “che Dio la mandava” su Firenze e “Tuffetto” così lo chiamavano tutti, non poteva uscire in barca a dragare l’Arno.
”Tuffetto” (il soprannome gli derivava probabilmente da evoluzioni acqua acrobatiche in gioventù) era un vecchio renaiolo sulla “settantina” ormai in pensione, che non si era rassegnato ad uno stato di inerzia (e di miseria) e con la sua vecchia e fidata barca faceva il “recuperatore” di metallo, nel fiume, per poi rivenderlo. E’ impensabile quanto materiale recuperasse “Tuffetto”, ma la fatica era tanta e ci si rimediava poco.
Gli ultimi due giorni, dopo un a bella schiarita, a Ognissanti, erano stati tremendi, una pioggia ininterrotta e torrentizia, che con la nevicata sul Casentino e sul Mugello faceva prevedere ai più esperti, tra cui “Tuffetto” , che una piena dell’Arno , fosse inevitabile. Ma da qui a prevedere un’alluvione e uno straripamento ce ne passava e del resto, mai c’era memoria viva di un tale accaduto, se non le”targhette” per ricordare quelle del 333 e del 557.
Di solito, il vecchio renaiolo, stava a Canottieri, dove custodiva anche tre vecchie barche di colleghi più giovani , e ancora attivi , ma visto il diluvio decise, che era il caso di andare a casa. Non sappiamo dove abitasse, la notizie che abbiamo raccolto sono contrastanti , la sua figura leggendaria . Adesso comincia la tragedia e lo perdiamo di vista, ma lo ritroveremo col ritorno del sole. A mezzanotte, l’Arno comincia a devastare e tracimare e vengono chiuse le autostrade e le ferrovie. All’una c’è lo straripamento alla Lisca e a Signa.
A Firenze ci si rende conto della situazione, sui Lungarni si guarda il fiume in piena, c’è il Prefetto, il Sindaco Bargellini, quelli del Genio, giornalisti , autorità e tanti cittadini. Qualcuno si chiede se è il caso di far suonare tutte le campane a stormo, per avvisare del pericolo. Ma la maggioranza opta per il no , per evitare il panico , perché si pensa ancora non succeda niente .
Eppure i più vecchi insistono “anche il diavolo ha paura delle campane”. Suonatele, suonatele, da S. croce a Santa Maria Novella. Non fu così purtroppo. La situazione precipita le fognature ingrossano, le tubature scoppiano, le “Cascine” già sono allagate; l’eroico Maggiorelli mentre parla al telefono per avvertire del pericolo, muore per non lasciare la sorveglianza degli impianti idrici.
Alle quattro, S. Croce è invasa con la Biblioteca; alle sette il giornale di Firenze la Nazione è allagato ma ha fatto in tempo a uscire con il titolo “l’Arno Straripa a Firenze”. Un giornale, esce comunque e sempre perché vi sia testimonianza! Alle nove le acque trionfanti e vittoriose, con i loro macabri trofei, giungono in piazza Duomo e in molte zone sono arrivate al primo piano delle abitazioni.
Come spesso, ma purtroppo non sempre, succede all’essere umano, nell’immane difficoltà comincia la solidarietà e ci si rende conto che siamo tutti vittima dello stesso tragico destino. La gente vuole salvare i detenuti delle “Murate” li accolgono in casa, li sfamano. Uno di loro per ringraziare una signora, le dice che si sdebiterà “quando potrà fare un buon colpo”. Ma non si contano altri comportamenti individuali e collettivi di abnegazione, di coraggio, di altruismo, di solidarietà e di vero eroismo, il tutto misto a sarcasmo come è uso da quelle orgogliose e scettiche parti.
Come quando lì a San Piero a Ponti, si sono salvate quelle suore, tra lazzi e moccoli per la difficoltà dell’impresa, mentre le religiose pregavano non si sa più se per la paura o per quello che imprecavano i soccorritori. O come quando, un po’ in tutta Firenze, c’era il soccorso della voce per avvisare le mamme. Un po’ lamento, un po’ preghiera, un po’ sberleffo. Quando un ragazzo o più era rimasto isolato e aveva paura che la mamma fosse in angoscia, di voce a voce, da piano a piano, irridendo le acque limacciose e minacciose, si urlava Gianni sta bene o Lapo sta bene o Guido sta bene, finché la voce non arrivava alle mamme rassicurate. E’ rimasto uso a Firenze nei quartieri popolari di chiamare a voce i tanti Gianni, Lapo e Guido della storia, affinché rassicurino la coscienza di tutti . Come poi non ricordare i pianti e le urla strazianti di chi raggiunto in alto Piazzale Michelangelo vide la sua Firenze, questo straordinario incanto, sommersa dalle acque . Ci si abbracciava come si fa, sinceramente, quando l’uomo si esalta e si sublima e per un attimo l’assurdità del tutto scompare, perché quell’abbraccio quello straordinario senso di unità, tutto, vince, insieme. .
Venne, anche, l’ora delle recriminazioni aspre e violente, si poteva avvisare tutti! Alcune guardie giurate avendo capito avevano avvisato gli orafi di Ponte vecchio ma non tutti. Già a mezzanotte avevano potuto salvare molti, quante povere e misere botteghe artigiane e commerciali avrebbero potuto salvare le loro cose. Ancora adesso si raccolgono, dai più vecchi, testimonianze in tal senso, ormai, inutili, ma vibranti proteste.
Ma anche qui il sarcasmo e l’irridenza fiorentina ebbero la meglio già da subito. Famosi e riportati da tutti gli aneddoti delle trattorie, che esposero i cartelli “oggi specialità in umido” o quelli che scrissero “ribassi incredibili prezzi sottacqua”. Ma si raggiunse la grandezza , il massimo, quando all’Epifania su Ponte Vecchio fu esposta una enorme calza piena di carbone donata all’Arno con la dedica “Sei stato molto cattivo”. A Natale Paolo VI , il Papa della sofferenza mistica , lo straordinario intellettuale della Fede, avere preso il pastorale e la sera del 24 celebrato messa in Duomo a sancire il “ce l’abbiamo fatta” . C’è un splendida foto di Paolo VI in S Croce vicino al Crocifisso devastato del Cimabue , simbolo dello strazio di Firenze . Non lo vedremo mai più così felice e rinato. Verranno anni di caduta senza potersi sollevare. Prima di Lui c’erano stati da ogni parte del mondo “gli Angeli del fango” una generazione di giovani, che dette il senso alla sua esistenza arrivando a Firenze, con ogni mezzo per una immensa gara di soccorso.
Mi sono sempre sentito in colpa di essere troppo piccolo per non essere anch’io “un Angelo del fango”.
Questi gloriosi ragazzi, che aiutarono a risollevare Firenze, salvando tutto il salvabile. Si dice che quei giorni, furono il germe del “Sessantotto”. Non so se è così e se il ’68 fu un bene o un male, so che fu la prima generazione che decise per se stessa , senza che fossero altri a decidere. Sembrava tutto passato e speriamo che lo sia sempre. Tutto si era compiuto lasciando una serie di vittime di dolore di tristezza e anche di speranza. Anche Tuffetto, che ritroviamo, con il ritorno del Sole, aveva ripreso a dragare con il suo enorme cucchiaio, in particolare là sotto Ponte Vecchio, dove forse erano caduti gli ori dei tanti negozi pare che ogni giorno trovasse qualcosa per cui valesse la pena di aver fatto l’uscita in Arno. Ma quello che la gente non capiva, che non era il vile metallo e quel che potesse valere, a spingere Tuffetto ancora a tanto impegno, ma la forza e la voglia di sentirsi vivo , così come aveva fatto tutta la vita sul fiume, il suo fiume , il fiume di Firenze, il Fiore d’Italia. Ancora adesso a Firenze ci si chiede dove sia Tuffetto, anche la sua scomparsa è avvolta nel mistero. Forse lui è in ognuno di noi, chi non è renaiolo di se stesso? Chi non recupera rena e ricostruisce, ricerca nel passato un amore, una voce, una sensazione, un’ emozione per ricominciare in maniera diversa, ma sempre uguale. Marcel Proust è stato il più grande “renaiolo dell’anima”. Ma, invece, alcuni, maliziosi, dicono che “Tuffetto” stia dragando il Lete, senza averne bevuto l’acqua che fa dimenticare o l’Acheronte o lo Stige e che la faccia in barba anche a quel vecchio paranoico di Caronte. Tuffetto si starà arricchendo perché lì, come vuole la tradizione, di monete ce ne sono tante. Ma il suo sogno è tornare a Firenze, sotto Ponte Vecchio, quando c’è il sole e da Canottieri e da Santa Maria Soprarno si vede, lassù, il Piazzale Michelangelo con la copia del David, tra la luce, che ti fa sentire orgoglioso di ciò che ha fatto l’Uomo e dimenticare quello che non ha potuto fare. Chissà forse gli sarà concesso di tornare e con lui, a tutti noi.

G.B.

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