27/01/2017

C’è un posto a Roma che dimostra, prova testimoniale alla mano, l’esistenza degli Angeli e in particolare dell’Arcangelo Michele, quello che è combattente e custode e che comparirà secondo le Scritture, vicino a Cristo, nel giorno del Giudizio. Questo luogo suggestivo è Castel Sant’Angelo o Mole Adriana o Mausoleo dell’Imperatore Adriano, il protagonista dello splendido libro di Marguerite Yourcenar. Il testimone d’eccellenza a cui facciamo riferimento, è San Gregorio Magno, Papa, già Prefetto di Roma, figlio del Senatore Gordiano , Dottore della Chiesa, ideatore dei canti Gregoriani . Come si vede referenze inappuntabili e inattaccabili per quello, che in tribunale si direbbe un testimone “di ferro”.
Veniamo ai fatti: correva l’anno domini 590 dopo Cristo, a Roma, e quel che era rimasto della popolazione della capitale del più grande impero della storia, era flagellata e decimata dalla peste.
Lo stesso predecessore di Papa Gregorio, Pelagio II era stato ucciso dal morbo nero e c’era voluta tutta la passione e l’insistenza del popolo di Roma, implorante, per convincere il refrattario Gregorio, che aveva fama di Santo, a salire sulla cattedra di Pietro.
Del resto, l’ex Prefetto, aveva fondato un monastero al Celio (proprio vicino alla sede di CASARTIGIANI nella via, che ne porta il nome e che conduce al Colosseo) e voleva fare vita ritirata e monastica, ammiratore come era, di San Benedetto .
Ma, Gregorio, era l’unica, Luce, in quei tempi terribili e bui e sentì alla fine il dovere di accettare la Tiara e il Pastorale. Ma, neanche Lui poteva niente contro la violenta inarrestabile peste, che mieteva vittime su vittime, con i superstiti, ormai, allo stremo. Il Papa decise allora di indire quaranta processioni, alle quali parteciparono tutti coloro che ancora stavano in piedi, ma questo non fece altro che aggravare la situazione, perché, allora, naturalmente non si sapeva, che il contatto favoriva il contagio. Si narra, che le persone cadessero ad una ad una sulla strada . Ma ecco il miracolo!! Sembra, che, fosse l’11 giugno nel 590 in una delle ultime processioni, guidate dallo stesso Pontefice, che ancora vigorosamente e disperatamente imbracciava un enorme Crocifisso, quando i resti di quello che era stato un popolo orgoglioso, passarono imploranti davanti a Ponte Elio quello che poi divenne Ponte Sant’Angelo. Il Papa e i processanti, attratti da uno sfolgorio, videro in alto alla Mole, proprio laddove un tempo troneggiava, tronfia, la quadriga d’oro dell’Imperatore, l’Arcangelo Michele, maestoso apparire, con la sua corazza romanica, con le ali tese, in atto di planare, rinfoderare la spada, in segno di tregua ad annunciare, simbolicamente, la fine della pestilenza e poi scomparire nel sole, lasciando una scia di luce e di speranza, mentre la gente, impazzita di gioia, ritrovava forza, si stringeva attorno a Gregorio . Il flagello, immediatamente sparì insieme all’Angelo e Roma pian piano si riebbe e il Papa ordinò, che da allora la mole si chiamasse Castel Sant’Angelo, il Ponte dinnanzi, Sant’Angelo e i suoi successori a ricordare il fatto miracoloso, che fosse posta nel punto esatto dell’apparizione sulla sommità del Castello, una Statua dell’Angelo, così come l’aveva vista con i suoi occhi il grande Papa.
Gli scettici diranno: si tratta di leggenda oppure di suggestione collettiva, oltretutto rapportata ai tempi alla loro ignoranza, allo stato d’animo di afflizione e di probabile allucinazione .Si può rispondere, che Gregorio era un uomo coltissimo e che la sua biografia è assolutamente storica e non leggendaria, che non avrebbe messo a repentaglio la sua piena riconosciuta credibilità, con un gesto tutto sommato “simoniaco”, proprio in quegli anni così tetri, non avendo tra l’altro nessuna certezza, che l’ annuncio di una visione celeste coincidesse, veramente, con la fine repentina dell’epidemia, che è storicamente riportato cessò di colpo. E poi perchè scegliere l’Arcangelo Michele e perché proprio in quel gesto simbolico? Le processioni si erano tutte concluse in Santa Maria Maggiore, avrebbe potuto, se fosse stato un imbroglio, “far apparire” Maria. Ma nella nomenclatura celeste Maria non può revocare, può intercedere. Gli Angeli e Michele in particolare che è combattente invece sono messaggeri, da cui l’etimo, ed eseguono ordini, non possono intervenire, se non comandati. E Uno solo li comanda, Uno solo li può mandare. Quante volte ci siamo trovati ad invocare, seppur invano, “manda gli Angeli Signore, una schiera di Angeli a porre rimedio a riparare i torti e ricomporre le ingiustizie?” E poi perché proprio quel luogo, a quale simbolo rispondeva la mole Adriana? Adriano era stato un grande imperatore, scettico, però purtroppo persecutore dei cristiani, non era certo la mole un tempio della cristianità. E non lo divenne neanche dopo. La verità è che probabilmente, qualcosa di grandioso, di mistico e di miracoloso, avvenne, veramente e che da allora il mistero degli angeli si esemplificò in qualcosa di terreno, di vivo, di coinvolgente, come se gli angeli fossero fra noi da allora e per sempre. Anche quelli che non si vedono, non ci sono, ma che ci stanno vicino soffrono e gioiscono con noi, ma non possono intervenire mai. Quelli che stanno nel cielo sopra Berlino con Wenders o a Los Angeles, ma anche sopra ogni città laddove si soffre e si muore a testimoniare l’esistenza del Bene contro il Male che solo la libertà concessa all’Uomo non fa cancellare. Come facciamo noi poveri umani quando rappresentiamo con l’amorevole presenza la condivisione della sofferenza. Sembra anche che da allora si espresse l’antropomorfismo angelico. Alcuni Angeli troppo sensibili ai destini dell’Uomo caddero e si fecero Uomini e stanno tra noi e sono quelli che ci aiutano quando non sembra possibile. Tennessee Williams, se non sbaglio, diceva, pensate un po’, che i tassisti, i nostri tassisti, sono angeli (da noi spesso sono fatti passare per diavoli n.d.r.) anche per la loro funzione di sicurezza a New York. Molti dicono Gandhi fosse un angelo; Papa Giovanni Paolo forse era un angelo, ma tanti oscuri personaggi che sono tra noi, sono angeli; tante volte qualcuno compare e ti aiuta, così senza tornaconto, probabilmente era un angelo. Pensate quanto può commuovere la tragica condizione umana. Ma c’è stata una promessa come “angeli nel cielo”! Le promesse si devono mantenere sennò tutto è senza speranza. Qualcuno a questo punto del racconto si chiederà cosa c'entra l’Artigianato e gli artigiani in tutto ciò, così ben esposto e suggestivo ? Lo andiamo a spiegare rapidamente, ricordando, che il nostro intento, in questa carrellata di racconti, è sempre quello di rappresentare, dove c’è, ciò che è epico su quello che è miserevole e quanto è importante in ciò il ruolo, nel tempo, degli artigiani. Tentare di rendere o di trovare il gloriosamente epico in ciò che è umano, sapendo che inevitabilmente, ciò che è umano è infine miserevole, è un po’ lo scopo della vita dei giusti o di quelli che cercano di esserlo. Dunque, da quel fatto miracoloso del 590, i successori di Gregorio cominciarono a celebrare i fasti e le vestigia nella maniera più bella, dando voce e luogo agli artisti che nel tempo erano comunque e sempre in origine e nell’animo artigiani. Ben sei Angeli, in statua, si sono succeduti, da allora, sullo spalto di Castel Sant’Angelo, tutti di fattura artigiana. Il primo di epoca Medievale in legno, resistette poco alle intemperie, il secondo fu distrutto nel 1379 da un assalto ed anche il terzo messo da Papa Borgia saltò in aria forse per un fulmine .
Un quarto in bronzo dorato, bellissimo, fu fuso nel 1527 durante il sacco di Roma per farne cannoni.
Il quinto da Papa Farnese commissionato a Raffaello di Montelupo, si può ancora ammirare (un po’ delude ndr) nel cortile dell’Angelo dentro il Castello. Questo angelo fu messo a riposo da Papa Lambertini, perché rovinato dal tempo e dall’acqua. Finalmente nel 1752 venne elevato trionfante e rassicurante, lo splendido bronzeo, angelo barocco (opera del fiammingo Pierr Van Verschaffelt) che da allora guarda la Città e l’umanità con sguardo malinconico e fermo. Vale la pena di arrampicarsi per le ripide scale del Castello, per vedere da vicino questo splendido angelo e la visione mozzafiato che lui ha dell’Urbe, laddove Puccini ambientò il tragico finale della Tosca. Ma non è tanto sul Maestro Fiammingo e sul suo splendido Angelo che intendiamo soffermarci quanto su quelli che definiremo “i padri degli Angeli”, quel gruppo di artigiani che nel “seicento” sotto la guida straordinaria e magica di Gian Lorenzo Bernini e su mandato di Papa Gregorio IX riuscirono, sul tema della Passione, a dare corpo sulle spalle del Ponte a una schiera di Angeli sì da formare la più straordinaria via crucis del mondo . Di modo che, se passi da un capo all’altro del Ponte seguendo il percorso di Dante nel Giubileo del “trecento” a destra e sinistra, li vedi, così solenni e ammonitori, androgini e disincantati, perduti nella rassegnazione degli eventi, vissuta algidamente, apparentemente, senza commozione, ma con la sicurezza ironica di chi tanto sa come va a finire. Del resto non ci può essere commozione negli Angeli, pare che pur potendo certo comprendere i sentimenti umani, non possano partecipare, anche perché una goccia di lacrima di Angelo guarisce qualsiasi male ed è vietato piangere per gli umani, sennò si cade. Ma quando può piangere un Angelo??!! Forse, solo quando vede la nobiltà disinteressata e sacrificale del gesto. Il riscatto, la rinuncia, il sacrificio, l’abnegazione, ciò che rende gli umani vicino al divino fa piangere gli angeli. Dunque, Bernini lasciò per sé la fattura magistrale dell’Angelo con il cartiglio e dell’Angelo con la corona di spine. Le statue che sono sul Ponte, però sono due copie, perché gli splendidi originali per evitare che si rovinassero, sono conservati, ma visibilissimi, nella chiesa di Sant’Andrea delle Fratte vicino a Piazza di Spagna, là dove c’era la casa del Maestro. (Vale la pena assolutamente di andarli a vedere). Di Bernini, grande Maestro, napoletano, famoso interprete del “Barocco”, vale la pena di aggiungere poco, del tanto che si sa, se non che avesse una straordinaria bottega artigiana pervenuta ad altissima arte, con moltissimi allievi, collaboratori, a cominciare dai seguaci e dai figli . Una sera, il Cavaliere Bernini, avrebbe chiamato nel suo studio, dopo averli prescelti su incarico del Papa, i “Padri degli Angeli”, organizzando un summit, proponendo il progetto e la strategia .Possiamo solo immaginare la scena. Ognuno doveva avere un tema della Passione e lo doveva studiare, lo doveva percepire eticamente per poi renderlo esteticamente attingendo ai volti del popolo e al senso della divinità.
Sembra che piovesse quella sera , ma che nella sala ci fosse una ispirata atmosfera.
Il team era così composto: Antonio Giorgetti, romano, il più giovane cui fu affidato l’angelo della spugna, Domenico Guidi di Carrara che doveva creare l’angelo con la lancia, Giulio Cartari (strana omeopatia) doveva copiare l’Angelo con il Cartiglio; l’angelo con i flagelli fu dato a Lazzaro Morelli fiorentino. C’era Pietro Paolo Naldini romano, che doveva fare l’angelo con la corona di spine e quello con la veste e con i dadi. A Ercole Ferrata di Pelvio Intelli toccò l’angelo con la Croce, mentre Girolamo Lucenti avrebbe fatto l’angelo con i chiodi. All’aretino Cosimo Fancelli toccò in sorte l’Angelo con il sudario infine al grande, Ercole Antonio Raggi, svizzero, l’angelo con la colonna.
Il Cavaliere continuava a parlare incitando, tutti al massimo spiegando che su incarico liturgico aveva avuto in dote i temi della passione: “Sono pronto a subire i flagelli”; “nel mio doloroso affanno mentre viene confitta la spina”; “tirarono a sorte la mia veste”; “il Signore regnò nel regno della Croce”; il regno sulle sue spalle;” feristi il mio cuore” ; “osservino in me chi abbiano inchiodato”; “guarda l’effige del tuo Signore”; “il mio trono è nella mia colonna”.
Maestro Gian Lorenzo avrebbe ammonìto: quante volte subiamo flagelli tutti i flagelli che colpiscono noi umani e quello che sembra una corona è solo una spina? Quanto della nostra vita è sottoposta al caso come ad un tiro di dadi e altri scommettono sulla nostra sorte? E appena siamo sconfitti, chi si litiga vile come un macabro trofeo la nostra veste? Solo dal sacrificio c’è trionfo se prendiamo il peso sulle spalle, delle nostre colpe. Quanti guardano il volto sofferente e sconfitto in quella colonna? La voce si sarebbe fatta roca e spezzata. Dove sono gli angeli i nostri angeli mentre avviene di doloroso tutto questo?! Solo un’Arte Suprema può rendere l’aspetto degli angeli. Dovete immaginarli, dovete vederli, dovete crederli. La differenza tra la prassi e la teoresi tra la ragione e l’intelletto. Sono indifferenti o partecipi, sono soli o ubiqui hanno tratti femminei o virili, sanno amare, eterei come sono, o sono immuni di passione? Ma se piangono e se per parlare tra loro cantano un suono per noi silente, come possono essere? E le ali, non possiamo averne un concetto troppo terreno, magari sono sembianti, fatte di luce. Attenti a scivolare sul profano, il Papa non ce lo perdonerebbe. Sta di fatto che ognuno si sarebbe sentito dopo quelle parole, nobilmente motivato e partecipe di un opera grandiosa, di un compito creativo appagante e mistico oltreché artistico scegliendo la teoresi su l’intelletto. Cominciava una nuova straordinaria avventura, dove l’artigianato è arte, dove l’impegno creativo comune all’artigiano e all’artista si sublima e si esalta e dicotomicamente dà il via alla distinzione semantica. Sembra, così si tramanda oralmente, che avesse smesso di piovere quando la assemblea si sciolse e che fosse notte, uscendo dal portone di via della Mercede, Naldini, Giorgetti e Fancelli sentissero indistintamente un battito di ali: sembra che Giorgetti avesse una mano ferita da uno scalpello, sentì una goccia cadere sul palmo quasi alle dita, guardò in cielo era tutto stellato e più non ci pensò. Arrivato in fondo a via Giulia si accorse che la mano era guarita. Pensò alla spugna dell’Angelo e di Lui vide chiaramente, dentro di se il volto, e fu padre di un Angelo. Per sempre.

Giacomo Basso










 



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