08/05/2015

“A Napoli si muore” aveva esclamato il “Re Buono” Umberto I. Ed era accorso al capezzale della sfortunata città, colpita da una maligna epidemia di colera, che aveva già fatto 8.000 vittime.
Era l'8 settembre del 1884  ed il caldo ancora estivo  peggiorava le cose, così come l'intransigente cordone sanitario, che  delimitava rigidamente la città.
Grandi erano stati gli esempi di coraggio e di abnegazione dei sacerdoti , dei soldati e dei medici con quest’ultimi che, oltretutto, erano malvisti dalla popolazione, più ignorante, che diffidava dei loro rimedi.
Il grande Giustino Fortunato, aveva tuonato contro lo stato catastrofico della città e soprattutto del suo basso ventre, ovvero i famigerati “bassi” dei quartieri spagnoli e popolari dove si gelava d'inverno e si cuoceva letteralmente d'estate , dove ci si accatastava per dormire e adesso ci si ammucchiava per morire .
Oltre a Fortunato, la voce  alta e nobile che è rimasta emblema di denuncia fu quella di Matilde Serao, la fondatrice del Mattino, una delle più grandi giornaliste di tutti i tempi. Il Suo libro “Il Ventre di Napoli” del 1884, appunto, traccia commosso e incisivo il percorso, delimita la causa e dà la prospettiva. Noi riportiamo di seguito la parte più drammatica e commossa:

“Efficace la frase. Voi non lo conoscevate, onorevole Depretis, il ventre di Napoli. Avevate torto, perchè voi siete il Governo e il Governo deve saper tutto. Non sono fatte pel Governo, certamente, le descrizioncelle colorite di cronisti con intenzioni letterarie, che parlano della via Caracciolo, del mare glauco, del cielo di cobalto, delle signore incantevoli e dei vapori violetti del tramonto: tutta questa rettorichetta a base di golfo e di colline fiorite, di cui noi abbiamo già fatto e oggi continuiamo a fare ammenda onorevole, inginocchiati umilmente innanzi alla patria che soffre; tutta questa minuta e facile letteratura frammentaria, serve per quella parte di pubblico che non vuole essere seccata per racconti di miserie. Ma il Governo doveva sapere l' altra parte; il Governo a cui arriva la statistica della mortalità e quella dei delitti; il Governo a cui arrivano i rapporti dei prefetti, dei questori, degli ispettori di polizia, dei delegati; il Governo a cui arrivano i rapporti dei direttori delle carceri [...] Vi avranno fatto vedere una, due, tre strade dei quartieri bassi e ne avrete avuto orrore. Ma non avete visto tutto; i napoletani istessi che vi conducevano non conoscono tutti i quartieri bassi. La strada dei Mercanti, l’avete percorsa tutta? Sarà larga quattro metri, tanto che le carrozze non vi possono passare, ed è sinuosa, si torce come un budello; le case altissime la immergono durante le più belle giornate, in una luce scialba e smorta: nel mezzo della via il ruscello è nero, fetido, non si muove, impantanato, è fatto di liscivia e di saponata lurida, di acqua di maccheroni e di acqua di minestra, una miscela fetente che imputridisce. In questa strada dei Mercanti, che è una delle principali del quartiere Porto, v’è di tutto: botteghe oscure, dove si agitano delle ombre, a vendere di tutto, agenzie di pegni, banchi lotto; e ogni tanto un portoncino nero, ogni tanto un angiporto fangoso, ogni tanto un friggitore, da cui esce il fetore dell’olio cattivo, ogni tanto un salumaio, dalla cui bottega esce un puzzo di formaggio che fermenta e di lardo fradicio. Da questa via partono tante altre viottole [...] molto più strette dei Mercanti, ma egualmente sporche e oscure; e ognuna puzza in modo diverso: di cuoio vecchio, di piombo fuso, di acido nitrico, di acido solforico.

[...]

Sventrare Napoli? Credete che basterà? Vi lusingate che basteranno tre, quattro strade, attraverso i quartieri popolari, per salvarli? Vedrete, vedrete, quando gli studi, per questa santa opera di redenzione, saranno compiuti, quale verità fulgidissima risulterà: bisogna rifare.

Voi non potrete sicuramente lasciare in piedi le case che si sono lesionate dalla umidità, dove al pianterreno vi è il fango e all’ultimo piano si brucia nell’estate e si gela nell’inverno; dove le strade sono ricettacoli d’immondizie, nei cui pozzi, da cui si attinge acqua così penosamente, vanno a cadere tutti i rifiuti umani e tutti gli animali morti [...] il cui sistema di latrine, quando ci sono, resiste a qualunque disinfezione.

[...]

Per distruggere la corruzione materiale e quella morale, per rifare la salute e la coscienza a quella povera gente, per insegnare loro come si vive – essi sanno morire, come avete visto! – per dir loro che essi sono fratelli nostri, che noi li amiamo efficacemente, che vogliamo salvarli, non basta sventrare Napoli: bisogna quasi tutta rifarla.

“Sanno morire – disse quindi la Serao - bisogna insegnare loro a vivere. Non basta sventrare Napoli bisogna rifarla tutta.”
Nicola Amore (secondo la stessa Serao il miglior Sindaco di Napoli) era campano di Roccamonfina, città di nascita, ma amava struggentemente la Sua Napoli. Era anche un chimico oltreché Avvocato e questa epidemia di colera lo aveva, naturalmente, provato, per la pietà per quella tanta povera gente,  per le povere vittime e per la crudeltà del morbo e lo stato di impotenza.
Aveva pensato, da tempo, ad un Risanamento di Napoli e ne fu il fautore .
Andò ad accogliere il Re quella mattina di settembre e lo accompagnò, entrando, entrambi sprezzanti del pericolo nei luoghi della sofferenza , nei lazzaretti, nei quartieri.
Anche il Re amava Napoli, non a caso a Via Partenope c'è una sua statua che lo rappresenta, solitario, intento a scrutare il mare e l'orizzonte come a cercarne di carpirne  gli imperscrutabili confini del destino.
Anche il Sindaco come un po’ tutti i napoletani, quando poteva, andava a Partenope a Santa  Lucia e a Via Caracciolo a percepire il mare e a coglierne la brezza salvifica e rigenerante.
La Sua  scommessa, era quella, di portare il beneficio dell’aria di mare a tutta Napoli, soprattutto quando soffiava il maestrale, anche al basso ventre.
Anche Lui ha meritato una statua a Piazza della Vittoria, verso il mare, un mare che non fa mai paura, a differenza di Genova (come dice Paolo Conte) e che dà il senso dell'immensità ma anche quello della delimitazione, di un mondo a parte, un po’ speciale.
Il Re aveva stima di Amore, (lo nominerà Senatore a vita nel '94 alla vigilia della morte e si fidava di Lui). Anche la Regina Margherita, consorte di Umberto, amava Napoli e la leggenda vuole che l'artigiano pizzaiolo, Raffaele Esposito, della pizzeria Brandi, per onorare la sovrana nel 1889 creasse la pizza “Margherita” con i tre colori della nostra Bandiera, il rosso del pomodoro, il bianco della mozzarella, il verde del basilico.
Margherita non era una qualsiasi, divenne per la sua comunicativa e la sua presenza, una sorta di fidanzata d'Italia, tanta era la popolarità e da quel momento (dall'epidemia) si adoperò intercedendo con il marito e con le sue personali opere per migliorare le condizioni della “sua” Napoli. E’ strano come tre non napoletani abbiano caratterizzato uno dei momenti di rinascita della città, che, nel finire dell’epoca umbertina e nei primi del 900 visse un periodo intenso di fioritura culturale. Dall'impegno di questi tre grandi, dunque, nacque il progetto mutualistico del Risanamento di Napoli, come il grande intervento di modifica urbanistica che consacrò la topografia della città. (1885)
Nicola Amore, di ideali liberali e uomo giusto, permise, forse, non di portare l’aria pulita del mare in tutta la città ma di creare una migliore condizione, anche se tanto c’era ancora da fare.
Sapeva bene, indipendentemente dalle sue convinzioni, che Napoli, grande capitale del Mezzogiorno, aveva perso la guerra. I Savoia, pur cugini dei Borboni, avevano preferito la conquista all’accordo e uno straordinario eroe, in buona fede, Peppino Garibaldi, gli aveva offerto la conquista. Ma tant’era, ormai era necessario salvare Napoli e procedere all’enorme mole di lavoro. Da questo importante impegno nacque, tra gli altri, il borghese quartiere Vicaria, denominato anche Vasto, non forse per la sua vastità, ma per una corruzione semantico popolare di guasto, alludendo alla malsana area pre-risanamento e più probabilmente ai guasti fatti da un esercito in transito.  Un po’ un rione Monti a Roma o l’Ortica (cara a Giorgio Gaber) a Milano, zone di particolare suggestione.
Questo è l’antefatto, adesso lo scenario è Vicaria con le sue vie denominate dalle città di Italia, con il suo campo dell’Arenaccia, primo stadio del Napoli calcio, con la sua icastica umanità.          
Facciamo un salto di oltre quarant'anni, siamo a Domenica 1 luglio 1928 e Don Giovanni aspetta, con ansia, il Suo primo figlio, da Ida una giovane dagli occhi cerulei e dai due quarti di nobiltà.  Aprì nervosamente la finestra del balcone perché il caldo era insopportabile, tanto per sentire l’aria di mare, che ogni napoletano sente, (Amore aveva vinto) anche se non raggiunge, quanto per sentirsi in compagnia.
E' incredibile come aprendo una finestra a Napoli si senta (o si sentiva) la presenza dell'umanità, provate per credere, quel sentire che il grande Pino Daniele ha sintetizzato con la voce da “Criature”. A Roma o a Milano si sente più spesso la solitudine e il lamento della discrezione. Era nata una bambina e Don Giovanni scelse per Lei, chissà perché (non lo sappiamo), un nome esotico, Wanda, pensò che sarebbe stata la più bella del Vasto e poi così fu.  Don Giovanni era generosissimo, pensate che a 75 anni non chiedeva ancora la pensione perché “gli sembrava brutto”. Altri uomini, ma non per tutti.
Chiamò il pizzaiolo e ordinò pizze fritte e a Giacinto, il Pasticcere, ordinò sfogliatelle per tutti. E più ne arrivavano (di conoscenti) e più ne ordinava e più si faceva festa per Wanda e per la vita. Ora cominciava un'altra storia che con l'artigianato avrebbe avuto molto a che fare, la “criatura”, appena nata, sarebbe stata un po’ figlia, un po’ madre, un po’ sorella, un po’ zia dell'artigianato quello a noi vicino e caro, quello verace, quello che alberga meglio con Casartigiani.
Vicaria, quindi, lo scenario di questa scena, ha dato anche i natali a molti artisti, uno per tutti il leggendario E. A. Mario, pseudonimo di Ermete Giovanni Gaeta che compose la mitica canzone Santa Lucia, ma soprattutto, la leggendaria canzone del Piave (sembra impossibile ma è così l'autore era un Poeta napoletano e non il nostro amato veneto).
Mario, in più con abnegazione, viaggiava su e giù per l'Italia per portare conforto con i suoi versi alle truppe, dell’ultima battaglia. La leggenda del Piave fu anche Inno Nazionale dall'8 settembre 1943 al 12 ottobre 1946, quando fu sostituita dall'Inno di Mameli.
Altri grandi personaggi sono nati a Vicaria, famosi artisti, come Lina Sastri, Peppino Gagliardi, Edoardo De Crescenzo (chi non conosce la sua “Ancora”?!) nipote di Vincenzo,  anche lui del Vasto, autore di “Luna Rossa” (del’50) la canzone forse più amata da Don  Giovanni e non solo e il grande batterista Gegè Di Giacomo  sodale e poi amico di Renato Carosone.
Sembra che Gegè  prendesse spunto per i ritmi della sua batteria, dai rumori del Vasto. Canta Napoli, diceva Lui, in questo caso, Napoli artigiana.
Ma, soprattutto, a Vicaria, c’è sempre stata gente dignitosa e buona con la Chiesa di Sant'Anna protettrice, gente forse meno snob di altre zone, ma spesso più sincera. Gente che a 150 anni di distanza è consapevole o inconsapevole di aver perso una guerra, per colpa non sua e fa della virtù la pazienza; un po’ ginestra che spande il suo profumo anche nei posti più malsani perché lì è nata e lì esprime dignità. Un po’ come i tanti artigiani che fanno ginestra con la loro presenza non solo a Vicaria ma in ogni città di Italia e di cui non ci stancheremo mai di raccontare la storia ed elogiare il coraggio e i meriti.
Adesso a Napoli con le difficoltà prevale la rabbia ma, come testimonia Totò, se uno è signore a Napoli è signore due volte.
Tutto scorre indifferente, ma la dignità resta. Vecchia cara ginestra Leopardiana. Un altro (Leopardi) che amava teneramente Napoli.
Il 7 luglio del 47, Vicaria era in festa, perché una sua figlia lascia il contesto per la Capitale, in nome dell’amore e di struggente vissuta gioventù, ma questa è un’altra storia, in gran parte vissuta.
Adesso Napoli è ricaduta nei suoi problemi atavici e anche Vicaria non è più la stessa, anche se c’è tanta ginestra.
Se vai a Piazza Garibaldi, il mare non si sente più, c'è una promiscuità Kafarnaesca di accidia e di perfidia, di senso e di non senso. (Ma lì c’è Casartigiani dove ci sono dei ragazzi che hanno “sapientia cordis” e per l’artigianato è un’oasi).
Il degrado non è umano è culturale, ma questo non solo a Napoli e a Vicaria.
Il 19 marzo 2015, un’infermiera, chissà da chi ispirata,  sussurrava ancora alla Signora che vi mancava da una vita che presto sarebbe andata a Napoli ed avrebbero offerto, a tutti, pizze fritte e sfogliatelle e qualcosa negli occhi di Lei ancora annuiva.
Dove siete andati a finire, tutti, volti cari, suoni, profumi?! C’è sicuramente, ci deve essere, un’altra dimensione, fatta dalla Fede, dove siete sembianze amate, fatte di sogni e di ricordi e di preconizzanti sensi di esaustivi abbracci.
Poi è stata aperta una finestra, forse proprio da Don Giovanni, è uscita la Presenza, la solitudine è entrata ma insieme alla Speranza e si sentiva, insistentemente, tutt'intorno l'aria del mare, anche se eravamo a Roma dove il mare è lontano anche se è nostro.
Se l’Orgoglio di Virtù fu mai degno, di dignità fu più orgogliosa la Virtù.
La Madonna Ti accompagni.
A Mia Madre

POST SCRIPTUM  - Il dipinto che è inserito tra le immagini e che ritrae DONNA WANDA LUONGO è del Maestro Aldo De Dominicis

Quadro opera del Maestro Aldo De Dominicis esponente della Moderna Scuola Partenopea, Artista celebratissimo che avrebbe meritato ancora più alta considerazione dalla critica oltre il successo popolare. De Dominicis eccelle per sintesi spaziale, intensità cromatica, nitore del disegno espressività drammatica. Il quadro "DONNA WANDA LUONGO" è una delle sue più pregevoli fatture.



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