23/03/2012

Non per fare distinzioni nella morte, non per fare distinzioni nell’eroismo, non per fare distinzioni nel merito civile, ma solo per ricordare, sempre, ed evidenziare, come, anche, nel dolore, come nella tragedia, come nel coraggio, ci sia tanto di artigiano nella nostra italianità, nella nostra umanità.
Gaetano Butera detto Tano era di Riesi in provincia di Caltanissetta un piccolo paese di collina dove c’era e c’è povertà e un po’ di zolfo da estrarre, per sopravvivere. Ma l’amore si sa è figlio dell’espediente e della povertà e poi ogni siciliano quando sta a casa sua è un po’ un “califfo”, un’autorità. Se nasci lì, senti nelle narici, sempre, il profumo delle zagare, il fiore dell’arancio e del limone, il fiore dell’onore che fa fieri i siciliani, che fa avvertire forte il sapore della vita, ma anche quello dell’orgoglio e quello della ginestra il fiore della resistenza e della speranza che nasce anche su terreni aridi e franosi.
Tano faceva l’artigiano decoratore, il nostro grande mestiere artigiano, risorsa diversificata ma sempre ingegnosa, che quando proprio non è vocazione (ma nel caso di Butera lo era) è espediente, coniugato appunto alla povertà, come l’amore nel Simposio, ci lascia detto Platone.
Era anche bravo, certo il lavoro era quello che era, ma a volte i “Baroni” avevano bisogno di un buon decoratore anche se molto giovane come Lui, che era nato l’11 settembre del ’24. A diciotto anni era stato chiamato alle armi, come tanti ragazzi di quella generazione che non avevano capito neanche cosa fosse successo. Per quel po’ che ne sapeva i tedeschi non erano amici nostri e non potevano esserlo. Per quel che ne sapeva Lui, era un sogno l’America, ma non c’era rimedio, doveva andare incontro all’immane catastrofe voluta dal regime, ottusamente, pervicacemente, inutilmente.
L’otto settembre del ’43 con l’armistizio, Butera era a Roma in servizio al quarto reggimento carristi e si batté a Porta San Paolo per la difesa di Roma, combattendo contro le schiaccianti forze tedesche. Non era scappato Lui, molti erano andati a sud verso gli eserciti alleati, altri si nascosero, qualcuno andò a Salò, addirittura quel che restava di un Re ineffabile e anonimo era scappato via. Lui artigiano decoratore di neanche venti anni siciliano e solo, ma con il profumo delle zagare dentro se, non era fuggito. Andò tra i partigiani ma cadde presto in un’imboscata e fu trasportato a via Tasso. Chi viene a Roma si stupisce per la straordinaria bellezza dell’Urbe, ma dovrebbe vedere via Tasso e capire per la cupezza che incute, anche così, adesso, senza divise naziste in giro, cosa soffrì chi vi fu rinchiuso.
Gaetano non parlò, recita la motivazione della medaglia d’oro al valore; sopportava con fierezza le barbare torture inflittegli senza nulla rivelare sull’organizzazione di cui faceva parte. Condannato a morte affrontava serenamente l’estremo sacrificio.
E qui il destino di Gaetano Butera si unisce a quello di altri 334 martiri di cui molti artigiani e tutti italiani, eroi dimenticati, come l’essere umano è uso fare. Dimenticare forse per sopravvivere, finché il Bene non sconfigga il Male, definitivamente.
La mattina del 23 marzo, a Via Rasella, i Partigiani della brigata Garibaldi attaccarono una compagnia delle Polizei Regiment Bozen anche se forse per uno sbaglio, non si trattava dei feroci torturatori delle SS, facendo 32 vittime tra i militari.
Ebbe inizio la rappresaglia che culminò nell’eccidio, nel vile massacro, che fu organizzato da Herbert Kappler già “distintosi” per ferocia nel rastrellamento del ghetto di Roma e nelle torture a via Tasso.
Neanche ventiquattro ore dopo tutti i detenuti politici e anche qualche poveraccio incarcerato per altri motivi furono condotti a delle cave all’inizio della via Ardeatina. I superstiti della Polizei, almeno loro, non vollero partecipare alla brutalità. Biecamente, non si aspettarono neanche le 24 ore intimate per la consegna dei colpevoli dell’attentato. Dieci italiani per un tedesco, ordinò il pazzo furioso da Berlino. Ne erano morti 33 di tedeschi ma c’erano cinque italiani in più. Kappler per sporchi, esecrandi motivi personali, ne fece uccidere 335.
Nomi famosi, ma tutti sono famosi in gloria, come Pilo Albertelli professore di filosofia, Maurizio Giglio cui è intitolata la caserma delle Volanti della polizia, Aladino Govoni figlio del grande poeta, Giuseppe Montezemolo, Pietro Pappagallo Sacerdote e “Santo”, e tante persone, tutte esaltate dall’eroismo, dalla dignità del martirio, dalla mistica dell’esempio.
La mattina, quando li hanno trasportati al martirio, la rappresentazione umana tragica si esprimeva in una cornice apparentemente consueta, quasi banale, come se non succedesse niente, l’aria era quella tipica di marzo contrastata, ma infida con quella luce che evoca e anticipa, ma nello stesso tempo scoraggia, come se il peggio non fosse ancora passato. Il dolore, la paura contesta il coraggio, la fierezza si mescola allo sgomento e perlopiù si caratterizza un ghigno di incredulità e di perdizione. Si cerca anche involontariamente il contatto con le braccia, con le mani, in una disperata, dislessica, disarticolata contiguità con i compagni e con essi con la vita. Come se il tatto desse la certezza del miracolo dell’esistenza, come se si riscoprisse struggente l’amore per l’umano e il compatimento per lo stesso tragico destino. Ognuno vede se stesso, come in uno specchio concavo, profondo e disperato negli occhi degli altri, per questo non bisogna piangere, prevale la rabbia. La preghiera c’è, Don Pappagallo invoca, per tutti, quel Dio che sembra ed è assente, anche se non gli piace esserlo, anche se il pensiero di Gesù sulla Croce per chi è cristiano, mai come in quel momento è presente.
I vigliacchi carnefici, dopo aver compiuto la barbarie, infieriscono sulle vittime e fanno esplodere le mine sulle cave di pozzolana, per nascondere il massacro.
Ma la forza dell’Uomo è, che ciò che fa, in vita, ritorna nell’eternità. Per questo o almeno ci piace pensare così, non si deve dimenticare perché dimenticando gli altri, si dimentica se stessi.
Quelle mine hanno nascosto per poco tempo l’orrore, ma non l’umanità nobile, non il sacrificio, non l’esempio.
Tano era morto con i compagni, eroe tra gli Eroi, e tutto intorno a voler sentire c’era un profumo di zagare il fiore della fierezza, misto a quello della ginestra, il fiore della speranza, il fiore della resistenza. Profumo che contrasta il puzzo nauseabondo dei mostruosi carnefici. Molti martiri erano artigiani e tutti italiani.


Giacomo Basso

 



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