| DELOCALIZZAZIONE
Intervistat0:
Claudio Massa
Lei tra i dirigenti di Casartigiani
è quello che ha avuto un’importante attività
imprenditoriale all’estero. Forte di questa esperienza
cosa pensa del fenomeno sempre più diffuso della
delocalizzazione soprattutto nei paesi dell’est?
Perché secondo Lei non se ne parla troppo anche
in relazione alla crescita zero del Paese? Cosa fare
per evitare che tutto questo avvenga?
Questo fenomeno che incidenza ha nell’artigianato
e nella Marche che sono terra di frontiera e dove l’artigianato
è più diffuso?
CLaudio Massa
- Tra le forme che la delocalizzazione
della produzione all’estero può assumere
(conto/lavorazione:realizzazione dei prodotti su materiali
e specifiche del committente;acquisto di prodotti
finiti realizzati da terzisti esteri, produzione in
stabilimenti esteri di proprietà ) la prima
risulta essere la più diffusa.
Il fenomeno assume dimensioni diverse nei vari rami
dell’industria calzaturiera, a seconda del grado
di specializzazione richiesta ai lavoratori e dell’intensità
del capitale fisso. La delocalizzazione tende, infatti,
ad interessare di meno le produzioni che richiedono
una maggior presenza di manodopera qualificata e maggiori
investimenti in impianti.
La principale ragione che spinge a delocalizzare le
produzioni calzaturiere meno qualificate è
la ricerca di più bassi costi di lavoro:alcuni
paesi dell’Europa orientale, del Sud-Est asiatico
e dell’America latina costituiscono le aree
di maggiore prospettiva per i processi di delocalizzazione
dei prossimi anni. In tali aree,infatti, ad una tradizione
calzaturiera di base risalente alla prima metà
del Novecento si affianca la disponibilità
della forza lavoro all’apprendimento sul campo.
Sono soprattutto le aziende di maggiori dimensioni
che si rivolgono a subfornitori esteri, riescono più
agevolmente delle piccole a sopportare gli oneri dello
sradicamento distrettuale.
Tuttavia la delocalizzazione non ha riguardato proprio
tutte le produzioni, si tratta per lo più di
calzature di qualità medio-bassa che non richiedono
una grossa artigianalità e specializzazione
ma che ha consentito ad alcune imprese di rimanere
ancora in piedi. A questo proposito infatti sono sempre
più numerosi i casi di imprenditori artigiani
che sono andati articolando le proprie strategie di
produzione, vendita ed organizzazione puntando sulle
nicchie e sulla qualità in modo da recuperare
il valore intrinseco della produzione artigianale
e facendo del “su misura” un elemento
distintivo di qualità e gusto.
- In Italia se ne parla ancora poco
perché questo fenomeno è agli inizi,
ma che si sta allargando a macchia d’olio.
Il problema secondo me esiste come mezzo di evasione
tributaria, infatti considerando che non vi è
alcun controllo sui prezzi che vengono imputati alle
lavorazioni, è facile farsi fatturare a prezzi
maggiorati facendo si che il costo del prodotto aumenti
, con una logica diminuzione del ricavo, e favorendo
una maggiore esportazione di capitali all’estero
dove la tassazione sull’utile è minima
o in alcuni casi esente per la durata di 10 anni.
Per evitare che tutto questo avvenga bisognerebbe
che le autorità italiane preposte ai controlli
(dogane, guardia di finanza, uffici tributari ) controllino
che ciò non avvenga.
- Nelle Marche il sistema industriale
è ancora prevalentemente incentrato sulla monocultura
calzaturiera che, da un lato, ha in sé i limiti
della piccola e piccolissima impresa scarsamente strutturata
dal punto di vista organizzativo e finanziario ma,
dall’altro, continua a dimostrare un dinamismo
ed una flessibilità che danno ancora sufficienti
garanzie. La crisi che negli anni scorsi ha investito
il comparto è stata una chiara crisi di riposizionamento
sui mercati internazionali, caratterizzata da una
inevitabile selezione naturale verso l’alta
qualità.
La capacità di adattamento della piccola impresa,
il progressivo rafforzamento delle imprese leader
e la ripresa dei consumi in alcuni mercati chiave,
consentono all’economia del territorio di mantenere
un discreto livello pur all’interno di un quadro
generale che continua a presentare forti fattori di
rischio.
Per questo motivo bisogna puntare di più al
miglioramento del rapporto qualità-prezzo,
fino ad arrivare in ultima istanza a migliorare la
competività sui mercati internazionali. Tutto
ciò sarebbe possibile attraverso una maggiore
collaborazione tra le imprese ma la presenza di una
cultura locale fortemente individualista, ostacola
la formazione di iniziative comuni per la costituzione
di consorzi, la circolazione delle informazioni su
tecniche, innovazioni, opportunità di mercato,
forze lavoro e formazione.
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